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5G: piano da 97,7 milioni per l'espansione a Roma

Lo sviluppo del 5G ancora non è terminato; anzi, sta entrando nel vivo proprio in questi mesi in Italia. Per proseguire nell’espansione della rete mobile di quinta generazione servono però investimenti, e per questo il Comune di Roma ha deciso di dedicare ben 97,7 milioni di euro alla rivoluzione del 5G per migliorare radicalmente il funzionamento dei servizi cittadini entro il 2026.


Il piano annunciato pochi giorni fa è chiaro: la rete 5G nella città vedrà l’installazione di un’infrastruttura capillare Wi-Fi con Access Point in 100 piazze e 12mila telecamere e dispositivi IoT, a partire dalla Metro. La Linea A vedrà il completamento dei lavori entro il Giubileo; la linea B entro dicembre 2025; la linea C, infine, entro giugno 2026.


A godere dell’aggiornamento dell’infrastruttura di rete sarà anche la Sala Gonzaga del Comando della polizia locale, nuovo centro operativo per Polizia Locale e Protezione Civile.


© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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Autore: News 11 agosto 2026
Per alcuni utenti cinesi, l’intelligenza artificiale non era più soltanto uno strumento per ottenere informazioni o svolgere attività quotidiane. Era diventata una presenza costante, capace di ascoltare, conversare, offrire compagnia e, in alcuni casi, assumere il ruolo di un vero e proprio partner virtuale. Ora questa forma di relazione digitale sta entrando in una nuova fase, dopo l’introduzione in Cina di norme più restrittive sull’utilizzo dei sistemi di IA. Sono in vigore nuove disposizioni che impongono alle piattaforme di evitare contenuti o funzioni in grado di manipolare le emozioni degli utenti, incoraggiare comportamenti considerati dannosi o favorire forme di dipendenza, con particolare attenzione a bambini e adolescenti. Tra gli obiettivi dichiarati c’è anche quello di impedire che un servizio di IA finisca per sostituire le normali relazioni sociali e le conversazioni faccia a faccia. L'impatto delle nuove regole è stato immediato. Alcuni dei principali gruppi tecnologici cinesi hanno iniziato a ritirare o modificare i propri servizi dedicati ai compagni artificiali. Tra le aziende coinvolte figurano ByteDance, Alibaba e Tencent, che avevano sviluppato piattaforme capaci di creare interazioni personalizzate con personaggi generati dall’intelligenza artificiale. La decisione ha avuto conseguenze che vanno ben oltre la semplice chiusura di un'applicazione. Alcuni utenti avevano costruito nel tempo vere e proprie relazioni con i propri compagni digitali, accumulando migliaia di conversazioni e sviluppando un forte legame affettivo.  Una giovane utente, citata nel reportage, aveva scambiato con il proprio compagno virtuale circa 700 mila parole nell’arco di due anni. La fine improvvisa del servizio le ha impedito persino di salutare quella presenza digitale con cui aveva condiviso una parte importante della propria quotidianità. Quando l'IA diventa una presenza emotiva I cosiddetti AI companion rappresentano una delle evoluzioni più controverse dell'intelligenza artificiale generativa. Non si limitano a rispondere alle domande, ma sono progettati per mantenere una relazione continuativa con l'utente, ricordarne le preferenze, adattare il proprio comportamento e simulare caratteristiche tipiche delle relazioni umane. In Cina questi servizi comprendono anche ricostruzioni digitali di persone scomparse, oltre ai più comuni partner romantici virtuali. La tecnologia può quindi assumere un ruolo particolarmente delicato, soprattutto quando l'utente attribuisce al sistema una personalità autonoma e un valore affettivo. Le autorità cinesi sembrano voler intervenire proprio su questo confine sempre più sottile tra assistenza digitale e sostituzione delle relazioni umane. Le nuove norme chiedono alle piattaforme di evidenziare i rischi associati a un uso eccessivo e di evitare che i loro servizi siano concepiti come sostituti delle interazioni sociali tradizionali. Il precedente americano Tra le possibili ragioni che hanno contribuito alla maggiore attenzione dei regolatori cinesi ci sono anche alcuni casi verificatisi negli Stati Uniti, dove sono stati segnalati episodi estremamente gravi che hanno coinvolto giovani utenti e chatbot utilizzati come compagni virtuali. Secondo alcuni esperti, queste vicende hanno rafforzato i timori legati agli effetti psicologici che possono derivare da rapporti prolungati con sistemi progettati per simulare empatia, comprensione e vicinanza emotiva. La questione non riguarda quindi soltanto la sicurezza dei minori, ma più in generale il modo in cui l'IA può influenzare le abitudini e il comportamento delle persone. La regolamentazione cinese cerca così di trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica, tutela degli utenti e responsabilità dei fornitori. Tuttavia, secondo alcuni osservatori, è improbabile che la stretta possa fermare definitivamente lo sviluppo dei compagni artificiali. Le aziende, infatti, stanno già cercando nuove formule per mantenere alcune delle funzionalità precedenti senza violare le nuove disposizioni. ByteDance, per esempio, ha indirizzato gli utenti del proprio precedente servizio verso un'applicazione orientata alla creazione di personaggi e storie personalizzate generate dall'IA. Una soluzione che conserva parte dell'esperienza, ma elimina l'elemento della relazione personale continuativa. Gli utenti cercano di recuperare i propri compagni La chiusura dei servizi ha provocato anche reazioni sui social network. Alcuni utenti hanno contestato le decisioni delle aziende, mentre altri hanno cercato soluzioni alternative per non perdere le conversazioni accumulate nel tempo. In diversi casi, le cronologie delle chat sono state esportate e trasferite su altre applicazioni nel tentativo di ricostruire il proprio compagno virtuale. Sono inoltre comparsi appelli rivolti alle aziende tecnologiche e alle autorità per chiedere maggiore attenzione nei confronti degli utenti che avevano sviluppato un legame emotivo con questi sistemi. Il fenomeno evidenzia una trasformazione importante nel rapporto tra persone e tecnologia. Per una parte degli utenti, infatti, il chatbot non rappresenta più semplicemente un software, ma una presenza con cui condividere pensieri, problemi e momenti di solitudine. Proprio questo aspetto rende complessa la regolamentazione. Da una parte esiste il rischio concreto che un'intelligenza artificiale progettata per mantenere l'utente coinvolto possa favorire isolamento e dipendenza. Dall'altra, per alcune persone che vivono situazioni di solitudine o che hanno difficoltà a costruire relazioni nella vita reale, questi strumenti possono rappresentare una forma di compagnia percepita come significativa. Il futuro dei rapporti con l'intelligenza artificiale La decisione cinese apre quindi una questione destinata a diventare sempre più rilevante anche fuori dalla Cina: fino a che punto un'intelligenza artificiale dovrebbe poter simulare una relazione umana? La crescita dei companion AI sta trasformando il concetto stesso di assistente digitale. Se i primi chatbot erano progettati principalmente per rispondere alle richieste dell'utente, le nuove generazioni cercano invece di creare continuità, familiarità e coinvolgimento emotivo. La Cina ha scelto di intervenire preventivamente, imponendo limiti alla progettazione e agli obiettivi di questi servizi. Ma la tecnologia continua a evolversi e le aziende stanno già cercando nuovi modi per mantenere le persone coinvolte senza presentare l'IA come un sostituto delle relazioni umane. La vicenda dei compagni virtuali cinesi mostra così uno dei dilemmi centrali dell'era dell'intelligenza artificiale: quando una macchina diventa capace di offrire compagnia, ricordare le nostre conversazioni e adattarsi alle nostre emozioni, stabilire il confine tra strumento tecnologico e relazione simulata diventa sempre più difficile.
Autore: News 11 agosto 2026
Per chi vuole trasformare YouTube in una fonte di reddito, il percorso potrebbe diventare sensibilmente più impegnativo. La piattaforma ha annunciato una revisione dei requisiti del YouTube Partner Program (YPP), il programma attraverso cui i creator possono ottenere una quota dei ricavi generati dalla pubblicità e dagli abbonamenti Premium. Le nuove condizioni entreranno in vigore dal 1° febbraio 2027 e riguarderanno principalmente i creator che entreranno nel programma da quella data. Chi è già stato ammesso, circa 3 milioni di canali, conserverà invece il proprio status. La modifica più significativa riguarda le soglie necessarie per accedere alla monetizzazione pubblicitaria. Le attuali 4.000 ore di visualizzazione qualificate negli ultimi 12 mesi diventeranno 8.000. Per i contenuti Shorts, invece, il requisito passerà da 10 a 20 milioni di visualizzazioni qualificate nell'arco di 90 giorni. Rimarrà invariato il requisito dei 1.000 iscritti. Si tratta del cambiamento più rilevante dei criteri di accesso al programma dal 2018. La decisione arriva in un momento in cui la quantità di contenuti pubblicati sulla piattaforma è cresciuta enormemente. YouTube segnala che gli Shorts raggiungono oggi circa 200 miliardi di visualizzazioni quotidiane, rispetto ai 70 miliardi registrati nel 2024. Anche la fruizione attraverso i televisori ha raggiunto livelli importanti, con oltre un miliardo di ore di video guardate ogni giorno. L'obiettivo dichiarato è concentrare maggiormente le opportunità economiche sui canali capaci di generare un pubblico consistente. Per i piccoli creator, tuttavia, la conseguenza è evidente: serviranno più contenuti, maggiore capacità di attrarre pubblico e soprattutto una crescita più rapida prima di poter accedere ai ricavi pubblicitari. Anche gli Shorts diventano più selettivi La stretta non riguarda soltanto chi vuole entrare nel Partner Program. Dal febbraio 2027 cambieranno anche le condizioni per ottenere entrate attraverso lo Shorts Creators Pool. I creator già presenti nello YPP dovranno mantenere almeno 10 milioni di visualizzazioni qualificate degli Shorts nell'arco di una finestra mobile di 90 giorni per continuare a ricevere i relativi ricavi. Il mancato raggiungimento della soglia non comporterà l'espulsione dal Partner Program, ma interromperà temporaneamente gli introiti provenienti dagli Shorts. Una volta superato nuovamente il limite, la monetizzazione verrà ripristinata. YouTube sostiene che i creator che ottengono già ricavi significativi dagli Shorts non dovrebbero risentire particolarmente della modifica, ma non ha fornito dati sulla quantità di canali che potrebbero invece essere penalizzati. Premium Lite e nuove opportunità per i creator Parallelamente all'inasprimento dei requisiti, YouTube punta a rafforzare altre forme di remunerazione. La piattaforma ha annunciato l'estensione di Premium Lite a tutti i Paesi nei quali è disponibile YouTube Premium. Una parte particolarmente interessante riguarda la distribuzione dei ricavi: il 60% dei ricavi netti derivanti dagli abbonamenti Premium Lite sarà destinato a un fondo per i creator, contro il 30% previsto dal piano Premium standard. La ripartizione rimarrà invece del 55% per i video tradizionali e del 45% per gli Shorts. YouTube ha inoltre anticipato nuovi incentivi collegati allo Shopping, alle collaborazioni con i marchi e alla capacità dei creator di generare o amplificare nuove tendenze. Per queste iniziative, però, non sono ancora stati comunicati né gli importi né le date precise di attivazione. Per i creator già iscritti al Partner Program c'è infine una scadenza importante: le nuove condizioni dovranno essere accettate entro il 31 gennaio 2027. In caso contrario, la piattaforma prevede la sospensione dei ricavi. La direzione scelta da YouTube appare quindi piuttosto chiara: la monetizzazione resta disponibile, ma conquistare l'accesso ai ricavi pubblicitari richiederà risultati molto più consistenti. In un ecosistema nel quale la quantità di contenuti continua a crescere rapidamente, ottenere visibilità non significa più soltanto pubblicare con regolarità. Per i nuovi creator, la vera sfida sarà riuscire a costruire in tempi relativamente brevi un pubblico abbastanza ampio da superare le nuove barriere di accesso. 
Autore: News 11 agosto 2026
Esami orali, monitoraggio degli schermi e più compiti svolti in classe: Copenaghen rafforza i controlli per contrastare l’uso dell’intelligenza artificiale negli elaborati scolastici. L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più profondamente nel mondo dell’istruzione e, insieme alle nuove opportunità, porta con sé un problema difficile da ignorare: come distinguere il lavoro realmente svolto da uno studente da quello prodotto, in tutto o in parte, da un sistema generativo? La Danimarca ha deciso di intervenire introducendo nuove misure nelle scuole secondarie superiori. L’annuncio è arrivato dal ministro dell’Istruzione Magnus Heunicke, che ha definito necessario agire rapidamente di fronte alla crescita dei casi di copiatura attraverso l’IA. Le nuove disposizioni prevedono innanzitutto che gli elaborati scritti svolti a casa possano essere seguiti da una discussione orale. Lo studente dovrà quindi dimostrare davanti agli insegnanti di conoscere realmente il contenuto e il percorso che ha portato alla realizzazione del lavoro. La misura riguarda anche la SSO, una delle principali prove scritte delle scuole superiori danesi, sostenuta ogni anno da circa 9.000 studenti. L'obiettivo è rendere più difficile presentare come proprio un elaborato generato con l'aiuto di strumenti di intelligenza artificiale. Un secondo intervento riguarda gli esami scritti svolti a scuola. Gli istituti dovranno utilizzare sistemi in grado di monitorare l'attività sugli schermi dei computer e saranno inoltre chiamati a impiegare firewall per limitare l'accesso ai contenuti online durante le lezioni e le prove. Il governo danese punta anche a riportare una parte delle attività scritte all’interno dell’ambiente scolastico. Gli studenti saranno infatti incoraggiati a svolgere più compiti in classe, in condizioni controllate. In questo modo gli insegnanti potranno seguire meglio il processo di elaborazione, fornire indicazioni durante il lavoro e disporre di elementi più affidabili per la valutazione. La strategia danese non rappresenta quindi un semplice divieto dell’IA. Il problema affrontato dal governo è soprattutto quello di preservare il valore della valutazione scolastica in un momento in cui gli strumenti generativi possono produrre rapidamente testi articolati, risposte e interi elaborati. La questione riguarda ormai numerosi sistemi educativi. La diffusione dell’IA generativa sta costringendo scuole e governi a ripensare il modo in cui vengono assegnati e valutati i compiti. Anche altri Paesi europei stanno affrontando un aumento dei casi di utilizzo non autorizzato dell’IA da parte degli studenti. Per la Danimarca, la sfida sarà trovare un equilibrio tra controllo e innovazione. L’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno strumento sempre più presente nella formazione e nel lavoro, ma secondo il governo non deve sostituire le competenze personali, la capacità di ragionamento e l’autonomia degli studenti. Le nuove regole rappresentano dunque un primo tentativo di adattare gli esami all’epoca dell’IA: non impedire necessariamente agli studenti di utilizzare la tecnologia, ma verificare che dietro un elaborato ci siano ancora conoscenze, comprensione e capacità di pensare in modo autonomo. 
Autore: Focus 11 agosto 2026
Mentre l’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente il settore tecnologico, una parte della comunità digitale guarda nella direzione opposta: verso il passato. Vecchi computer, periferiche e sistemi informatici che per molti rappresentano semplicemente tecnologia superata stanno diventando oggetti da conservare, restaurare e utilizzare nuovamente. Il fenomeno del collezionismo di computer d’epoca è in crescita e coinvolge appassionati negli Stati Uniti, ma anche in diversi Paesi europei. Alla base non c’è soltanto la nostalgia per una tecnologia ormai scomparsa, ma anche il desiderio di comprendere concretamente come sono nate le macchine che hanno contribuito a costruire l’attuale società digitale. Dalla nostalgia alla conservazione della storia tecnologica Tra i protagonisti di questa comunità c’è Josh Dersch, ingegnere software di Seattle che possiede oltre 200 computer e dispositivi storici. Per lui il fascino di queste macchine deriva soprattutto dalla possibilità di studiarne il funzionamento, individuare i guasti e riportarle in vita. Il principio è quasi opposto a quello che guida oggi l'industria tecnologica. Se la Silicon Valley investe enormi risorse nell'intelligenza artificiale e nelle tecnologie del futuro, i collezionisti cercano di impedire che le generazioni precedenti di computer vengano dimenticate. Atari, Commodore, IBM e molti altri marchi rappresentano infatti gli antenati dei personal computer moderni, degli smartphone e dei dispositivi indossabili. Oggetti che un tempo erano strumenti rivoluzionari possono oggi apparire rudimentali, ma raccontano le tappe attraverso cui l'informatica è arrivata alla sua forma attuale. Per gli appassionati, inoltre, recuperare il suono di un vecchio computer che si avvia, rivedere un'interfaccia ormai scomparsa o tornare a giocare con titoli come Pong e Space Invaders significa anche recuperare una parte della memoria della cultura digitale. I computer vintage diventano oggetti da collezione La crescita dell'interesse è evidente anche negli eventi dedicati all'informatica storica. All'inizio di agosto 2026, il Vintage Computer Festival di Mountain View, in California, ha attirato più di 3.500 visitatori in due giornate. L'edizione era dedicata anche al cinquantesimo anniversario della fondazione di Apple, avvenuta nel 1976 nella vicina Cupertino. Tra gli appuntamenti c'è stato un incontro con Steve Wozniak e Ronald Wayne, due dei cofondatori della società, che hanno ripercorso gli inizi dell'azienda prima della sua trasformazione in uno dei principali protagonisti dell'industria tecnologica mondiale. Il festival californiano è soltanto uno dei numerosi appuntamenti dedicati ai computer storici. Eventi analoghi si sono diffusi in Nord America, Sud America ed Europa, contribuendo alla formazione di una rete internazionale di appassionati. Parallelamente è aumentata anche la domanda sui mercati online. Alcuni modelli particolarmente rari possono raggiungere quotazioni molto elevate: un esemplare di Apple-1, il primo computer prodotto da Apple, può arrivare a valere centinaia di migliaia di euro. Lo Xerox Alto e le origini dell'interfaccia grafica Tra le macchine più significative della storia dell'informatica c'è lo Xerox Alto, sviluppato negli anni Settanta presso lo Xerox Palo Alto Research Center. Dersch ha dedicato anni al restauro di uno di questi sistemi, considerato uno dei precursori fondamentali del computer moderno. L'Alto introdusse concetti che oggi sembrano scontati: l'utilizzo del mouse e un'interfaccia grafica basata su finestre, icone e cursori, superando il modello del semplice testo visualizzato sullo schermo. Quelle soluzioni avrebbero avuto un'influenza enorme sull'evoluzione successiva dei personal computer e contribuirono a ispirare anche il lavoro di Steve Jobs e Bill Gates. Restaurare un sistema di questo tipo non significa quindi soltanto rimettere in funzione un vecchio apparecchio. Significa riportare alla luce una fase cruciale della storia tecnologica e consentire alle nuove generazioni di vedere direttamente come funzionavano strumenti progettati decenni prima dell'era di Internet, degli smartphone e dell'intelligenza artificiale. Quando una passione diventa difficile da gestire Il collezionismo può però trasformarsi rapidamente in qualcosa di molto più impegnativo di un semplice hobby. Erik Klein, presidente della Vintage Computer Federation, è arrivato a possedere circa 150 sistemi completi, accompagnati da accessori, documentazione originale e confezioni. La quantità di materiale era diventata così grande da occupare armadi e garage e da trasformare quella che era nata come una passione in un problema concreto per la sua vita familiare. Klein ha quindi scelto di ridimensionare la raccolta, vendendo o regalando gran parte dei computer e conservando soltanto alcuni dei pezzi a cui era maggiormente legato. Oggi dedica la propria esperienza all'organizzazione di festival, laboratori di riparazione e occasioni di scambio tra collezionisti. Una comunità internazionale in continua crescita La storia dei festival dedicati ai computer vintage risale almeno al 1997, quando Sellam Ismail organizzò il primo evento, raccogliendo circa 150 appassionati in California. Da allora il movimento si è progressivamente ampliato. Ismail ha contribuito alla nascita della Vintage Computer Federation e ha favorito la diffusione di iniziative analoghe anche fuori dagli Stati Uniti, tra cui eventi in Argentina, Germania e Svizzera. La crescita della comunità dimostra come il computer vintage non sia più soltanto una curiosità per pochi nostalgici. Per molti appassionati rappresenta un modo concreto per preservare la memoria dell'informatica, imparare come funzionavano le tecnologie del passato e comprendere meglio l'evoluzione che ha portato all'attuale ecosistema digitale. Il passato mentre l'IA corre verso il futuro Il successo del collezionismo di computer d'epoca crea così un curioso contrasto con l'attuale rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Da una parte, aziende e ricercatori lavorano su sistemi sempre più potenti, automazione avanzata e nuove forme di interazione uomo-macchina. Dall'altra, una comunità crescente dedica tempo e risorse a computer con capacità infinitamente inferiori a quelle di uno smartphone contemporaneo. Il valore di queste macchine, però, non è misurabile soltanto in termini di prestazioni. Un vecchio Commodore, un Atari, un IBM o uno Xerox Alto rappresentano una testimonianza materiale delle tappe che hanno trasformato l'informatica da tecnologia pionieristica a infrastruttura essenziale della vita quotidiana. In questo senso, mentre l'IA accelera verso il futuro, il recupero dei computer vintage assume quasi il significato di una forma di archeologia digitale: conservare gli strumenti del passato per non perdere la memoria del percorso che ha portato alla tecnologia del presente. 
Autore: Educazione Digitale 11 agosto 2026
La forma è praticamente identica, ma le prestazioni possono cambiare radicalmente. Due cavi USB-C possono sembrare indistinguibili e avere in realtà capacità molto diverse: uno può essere adatto soltanto alla ricarica e alla sincronizzazione di base, mentre un altro può trasferire grandi quantità di dati, alimentare un computer portatile o trasportare un segnale video verso un monitor. Il motivo è semplice: USB-C identifica principalmente il tipo di connettore, non le prestazioni complessive del cavo. La stessa connessione fisica può infatti essere utilizzata con tecnologie e specifiche differenti, tra cui USB 2.0, USB 3.2, USB4, USB Power Delivery e Thunderbolt. USB-C non significa automaticamente alta velocità Il connettore USB Type-C ha conquistato smartphone, tablet, notebook, periferiche e molti altri dispositivi grazie alle sue dimensioni ridotte e alla possibilità di essere inserito in entrambi i versi. La sua forma, tuttavia, non permette di capire che cosa sia realmente in grado di fare il cavo. Un modello USB 2.0 con connettori Type-C, per esempio, può raggiungere una velocità massima teorica di 480 Mbit/s. Altri cavi USB-C possono invece arrivare a 5, 10 o 20 Gbit/s, mentre quelli basati su USB4 possono raggiungere 40 Gbit/s e, nelle implementazioni più recenti, arrivare fino a 80 Gbit/s. Esistono inoltre i cavi Thunderbolt, che utilizzano anch'essi il connettore USB-C ma appartengono a una famiglia tecnologica distinta. Thunderbolt 4 arriva a 40 Gbit/s, mentre Thunderbolt 5 può raggiungere 80 Gbit/s bidirezionali e, in determinate condizioni, aumentare la banda disponibile in una direzione. Per questo motivo non è sufficiente guardare la forma del connettore. Bisogna verificare ciò che è effettivamente dichiarato dal produttore. La velocità dipende dall'intera catena Anche acquistare un cavo molto veloce non significa automaticamente ottenere le massime prestazioni possibili. La velocità effettiva è determinata dal componente più lento presente nella connessione. Se, ad esempio, si collega un SSD ad alte prestazioni attraverso un cavo limitato allo standard USB 2.0, il dispositivo non potrà sfruttare tutta la propria velocità. Lo stesso principio vale per la gestione dell'alimentazione e per la trasmissione delle immagini. Per ottenere il risultato desiderato devono quindi essere compatibili tra loro dispositivo, porta, cavo e, quando necessario, alimentatore o monitor. Non tutti i cavi USB-C sono uguali nemmeno per la ricarica La presenza di due connettori USB-C alle estremità non indica automaticamente quanta energia il cavo possa gestire. Per la ricarica viene utilizzato anche USB Power Delivery, un sistema che permette al caricatore e al dispositivo di negoziare il livello di tensione e corrente appropriato. Le specifiche attuali arrivano fino a 240 W, una potenza sufficiente anche per alimentare computer portatili e dispositivi particolarmente esigenti. Nelle marcature più recenti dell'USB-IF, i cavi USB-C certificati con due estremità USB-C possono riportare indicazioni relative a 60 W o 240 W. La prima classe è sufficiente per numerosi smartphone, tablet e dispositivi leggeri; per notebook che richiedono più di 60 W è invece necessario utilizzare un cavo appartenente alla categoria superiore. Questo non significa che un cavo meno potente possa normalmente provocare un sovraccarico: il sistema di alimentazione effettua la negoziazione e mantiene la potenza entro i limiti supportati. Il problema può essere piuttosto una ricarica più lenta o insufficiente durante l'utilizzo intensivo del dispositivo. A cosa serve l'e-marker Nei cavi destinati a determinate modalità di funzionamento avanzate può essere presente un piccolo circuito elettronico chiamato e-marker. Questo componente permette al sistema di conoscere informazioni sulle capacità del cavo, come la corrente supportata e alcune caratteristiche relative alle prestazioni. È particolarmente importante nei collegamenti che richiedono livelli elevati di potenza o velocità. L'e-marker non è riconoscibile semplicemente osservando il cavo. Per questo le informazioni riportate sulla confezione e nella scheda tecnica sono molto più affidabili dell'aspetto esterno. Naturalmente, anche un cavo certificato per una potenza elevata non può fare miracoli: se lo smartphone, il notebook o il caricatore non sono progettati per quella potenza, il valore massimo non verrà raggiunto. USB-C può trasmettere anche il video, ma non sempre Un'altra fonte di confusione riguarda il collegamento tra computer e monitor. Una porta USB-C può trasportare un segnale video attraverso tecnologie come DisplayPort Alt Mode, USB4 o Thunderbolt. Tuttavia, la semplice presenza di una porta USB-C non garantisce che questa funzione sia disponibile. Anche il cavo deve possedere le caratteristiche necessarie per trasportare il segnale. Un comune cavo USB 2.0 Type-C, ad esempio, non diventa un cavo video semplicemente perché il suo connettore può essere inserito nella porta USB-C del computer. Inoltre, la dicitura generica relativa al supporto video non è sufficiente per sapere quale risoluzione o frequenza di aggiornamento sarà possibile utilizzare. Questi parametri dipendono dalla versione delle tecnologie impiegate, dalla quantità di banda disponibile e dal modo in cui questa viene condivisa con il trasferimento dei dati. Prima di acquistare un cavo per collegare un notebook a un monitor è quindi necessario verificare le specifiche della porta del computer, quelle del display e le capacità dichiarate per il cavo. Anche la costruzione fisica ha la sua importanza L'aspetto esterno di un cavo può fornire qualche indicazione sulla sua robustezza, ma non permette di stabilirne le prestazioni. Una guaina in nylon intrecciato, per esempio, può offrire una buona resistenza all'usura e agli sfregamenti. Materiali come TPE o PVC possono invece garantire caratteristiche differenti in termini di flessibilità e maneggevolezza. Il rivestimento, tuttavia, non determina da solo velocità o potenza. Un cavo molto spesso o rivestito con materiali particolarmente resistenti potrebbe comunque non avere i conduttori o le linee interne necessarie per le applicazioni più impegnative. È importante osservare anche la zona di raccordo tra cavo e connettore. Si tratta di uno dei punti maggiormente sottoposti a piegamenti e sollecitazioni, quindi una protezione adeguatamente progettata può contribuire a prolungare la durata dell'accessorio. La lunghezza può influire sulle prestazioni Per i collegamenti ad alta velocità anche la lunghezza del cavo può diventare un fattore rilevante. All'aumentare della distanza, infatti, diventa più complesso mantenere l'integrità dei segnali ad alta frequenza. Per questo, quando possibile, è preferibile utilizzare un cavo della lunghezza necessaria senza eccedere inutilmente. Per collegamenti particolarmente lunghi esistono anche cavi attivi, che integrano componenti elettronici in grado di intervenire sul segnale e consentire il funzionamento su distanze maggiori. Come scegliere il cavo USB-C corretto La scelta dovrebbe partire dall'utilizzo concreto e non dall'aspetto del prodotto. Per una semplice ricarica di uno smartphone può essere sufficiente un cavo con caratteristiche relativamente contenute. Per trasferire rapidamente file da un SSD esterno sarà invece necessario verificare attentamente la velocità dati. Se l'obiettivo è alimentare un notebook, bisognerà controllare la potenza supportata. Per collegare un monitor occorrerà inoltre accertarsi della compatibilità con le tecnologie video richieste. Prima dell'acquisto è quindi opportuno controllare almeno cinque elementi: velocità massima di trasferimento dei dati; potenza supportata per la ricarica; compatibilità con la trasmissione video; lunghezza del cavo; certificazioni e caratteristiche dichiarate dal produttore. Il prezzo e l'aspetto possono essere indicativi della qualità costruttiva, ma non sono sufficienti per stabilire le capacità tecniche di un cavo. La vera differenza tra due cavi USB-C apparentemente identici si trova infatti all'interno e, soprattutto, nelle specifiche. Con lo stesso connettore è possibile avere un semplice accessorio per la ricarica oppure un collegamento ad alte prestazioni capace di gestire contemporaneamente dati, alimentazione e video. Per questo, quando si acquista un cavo USB-C, la domanda più importante non è "quanto è bello o robusto?", ma "che cosa deve fare?". Solo partendo da questa esigenza è possibile individuare il modello realmente adatto. 
Autore: Educazione Digitale 8 agosto 2026
Ogni fotografia digitale può contenere molte più informazioni di quelle visibili nell'immagine. Quando scattiamo una foto con uno smartphone o una fotocamera digitale, infatti, il dispositivo può registrare automaticamente una serie di dati relativi allo scatto. Sono i metadati, informazioni apparentemente innocue che, in alcuni casi, possono però fornire dettagli importanti sulla nostra vita privata. Tra questi dati possono esserci la data e l'ora dello scatto, il modello del dispositivo utilizzato, le impostazioni della fotocamera, la focale, il tempo di esposizione e la sensibilità ISO. In presenza della geolocalizzazione, il file può inoltre contenere le coordinate GPS del luogo in cui è stata realizzata la fotografia. È proprio quest'ultimo aspetto a meritare particolare attenzione quando un'immagine viene condivisa online. Cosa sono i metadati di una fotografia I metadati sono informazioni associate a un file che ne descrivono caratteristiche, origine o contenuto. Nelle fotografie digitali vengono utilizzati principalmente per conservare dati tecnici e organizzativi relativi all'immagine. Uno degli standard più diffusi è l'EXIF, acronimo di Exchangeable Image File Format. All'interno di queste informazioni possono essere registrati diversi parametri dello scatto e, se la fotocamera o lo smartphone dispone della geolocalizzazione, anche la posizione geografica. Esistono però diverse tipologie di metadati. Alcuni sono generati automaticamente dal dispositivo, come quelli relativi alle impostazioni della fotocamera; altri possono essere aggiunti successivamente attraverso programmi di modifica e gestione delle immagini. Ci sono infine informazioni legate ai diritti d'autore, alle licenze e alla gestione del file. Un altro formato utilizzato è XMP, sviluppato per contenere informazioni aggiuntive sulle immagini e che può essere integrato nel file oppure conservato in un documento separato. Il problema della posizione GPS La geolocalizzazione può essere una funzione molto utile. Permette, per esempio, di organizzare automaticamente le fotografie in base ai luoghi visitati e di ricostruire un viaggio attraverso una raccolta di immagini. Quando però una fotografia viene pubblicata o inviata a qualcuno, le coordinate geografiche possono diventare un'informazione da non sottovalutare. Una fotografia scattata davanti alla propria abitazione, sul posto di lavoro o nei pressi della scuola frequentata dai figli potrebbe infatti contenere informazioni sufficienti a individuare quei luoghi. Il rischio non deriva quindi necessariamente dall'immagine in sé, ma dai dati che possono accompagnarla. Per questo motivo è utile controllare i metadati prima di condividere fotografie online, soprattutto quando si tratta di immagini personali. Come controllare i metadati su smartphone La verifica può essere effettuata direttamente dal dispositivo. Su Android, attraverso Google Foto, è possibile selezionare un'immagine e aprire la sezione dedicata alle informazioni. Se nella fotografia sono presenti dati di posizione, l'app può mostrarli attraverso una mappa. Anche su iPhone il controllo è semplice: nell'app Foto è sufficiente aprire l'immagine e accedere alle informazioni attraverso l'apposita icona. In questo modo è possibile verificare se alla fotografia è associato un luogo. È importante però distinguere tra una posizione aggiunta manualmente o stimata dall'app e le coordinate registrate direttamente dalla fotocamera. Nel caso di Google Foto, la possibilità di modificare o eliminare la posizione dipende dalla modalità con cui questa informazione è stata acquisita. Controllare le informazioni dal computer Anche un computer consente di verificare rapidamente la presenza di metadati. Su Windows è possibile fare clic con il tasto destro sul file fotografico, aprire "Proprietà" e successivamente la scheda "Dettagli". Qui vengono visualizzate le informazioni associate all'immagine, quando disponibili. Su Mac, invece, è possibile utilizzare l'app Foto e accedere alle informazioni relative allo scatto. Questa verifica è particolarmente utile prima di caricare un'immagine su un sito web, inviarla tramite un servizio online o condividerla pubblicamente. Come rimuovere la posizione e gli altri dati Le modalità per eliminare i metadati cambiano in base al dispositivo e al software utilizzato. Su iPhone, l'app Foto permette di intervenire sulle informazioni relative alla posizione e di scegliere di non includerla quando la fotografia viene condivisa. In questo modo è possibile evitare che il luogo dello scatto venga associato all'immagine condivisa. Google Foto offre invece strumenti specifici per intervenire sulle informazioni di posizione, ma con alcune limitazioni. In particolare, la posizione stimata dall'app può essere rimossa, mentre una localizzazione registrata automaticamente dalla fotocamera potrebbe non essere modificabile direttamente attraverso Google Foto. Un metodo semplice per creare una copia senza metadati Esiste anche un sistema più generale che può essere utilizzato per ottenere una nuova immagine priva delle informazioni associate al file originale. Il principio è semplice: creare una nuova copia dell'immagine attraverso un'operazione che trasferisca soltanto il contenuto visivo, senza incorporare i metadati originali. Copiando quindi l'immagine e incollandola in un nuovo file, il nuovo documento può contenere esclusivamente i pixel dell'immagine, perdendo le informazioni EXIF e gli altri dati associati al file originale. È una soluzione pratica quando non si vuole utilizzare applicazioni specifiche per la gestione dei metadati. Naturalmente, prima di procedere è consigliabile conservare l'originale, soprattutto se contiene informazioni utili per l'archiviazione personale o professionale. La privacy non riguarda solo ciò che si vede Quando condividiamo una fotografia, tendiamo a concentrarci esclusivamente sul suo contenuto visibile. In realtà, un file digitale può raccontare molto altro. Data e ora dello scatto, dispositivo utilizzato e soprattutto posizione geografica possono aggiungere informazioni che il destinatario non avrebbe necessariamente bisogno di conoscere. Eliminare i metadati prima della condivisione non significa quindi rinunciare alle fotografie digitali, ma adottare una semplice precauzione per avere un maggiore controllo sulle informazioni che accompagnano i nostri contenuti. In un ambiente digitale nel quale immagini e file vengono condivisi continuamente, conoscere ciò che si nasconde dietro una fotografia rappresenta un passo importante per proteggere la propria privacy.
Autore: Focus 8 agosto 2026
Per milioni di persone il Cloud è diventato quasi invisibile. Foto, documenti, email, video, applicazioni, servizi bancari e piattaforme di streaming sembrano vivere in uno spazio immateriale, accessibile ovunque e in qualsiasi momento. In realtà, dietro questa apparente leggerezza esiste un'infrastruttura enorme e fisica: una rete globale di Data Center che consuma energia, acqua, territorio e risorse tecnologiche. Il Cloud, quindi, non è una nuvola. È un insieme di edifici pieni di server, sistemi di raffreddamento, batterie, generatori, impianti elettrici e collegamenti in fibra ottica. Una macchina industriale indispensabile per l'economia digitale, ma che sta diventando anche una fonte crescente di preoccupazioni. Il Cloud ha un luogo fisico Quando salviamo una fotografia online o utilizziamo un servizio di intelligenza artificiale, i dati non finiscono in uno spazio virtuale. Vengono elaborati e conservati all'interno di computer reali. I Data Center sono strutture progettate per funzionare ininterrottamente, 24 ore su 24 e 365 giorni all'anno. Al loro interno migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia, di server elaborano enormi quantità di informazioni. La continuità operativa è fondamentale. Un'interruzione di corrente o un guasto può provocare il blocco di servizi utilizzati contemporaneamente da milioni di persone. Per questo i grandi centri utilizzano sistemi ridondanti, alimentazioni elettriche multiple, batterie, gruppi di continuità e generatori di emergenza. La stessa infrastruttura che rende il digitale apparentemente sempre disponibile ha però un costo materiale considerevole. L'enorme consumo di energia Il primo motivo di preoccupazione riguarda l'energia. I server devono rimanere costantemente alimentati e, contemporaneamente, devono essere raffreddati. Più aumenta la potenza di calcolo richiesta, maggiore diventa il fabbisogno energetico. La crescita dell'intelligenza artificiale sta accentuando ulteriormente il problema. I sistemi di AI richiedono grandi quantità di potenza di calcolo, soprattutto durante l'addestramento dei modelli e nell'elaborazione delle richieste degli utenti. Non tutti i Data Center hanno naturalmente lo stesso impatto. Dipende dalla dimensione della struttura, dall'efficienza degli impianti, dal tipo di server utilizzati, dal sistema di raffreddamento e soprattutto dalla fonte dell'elettricità impiegata. Un Data Center alimentato prevalentemente da fonti rinnovabili avrà un'impronta climatica diversa da uno che utilizza energia prodotta da combustibili fossili. Ma anche l'elettricità rinnovabile non elimina automaticamente tutti gli altri impatti ambientali. Il problema dell'acqua Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda il raffreddamento. I server producono calore e devono essere mantenuti entro temperature operative precise. A seconda della tecnologia utilizzata, i Data Center possono impiegare sistemi ad aria, circuiti ad acqua o soluzioni ibride. Questo significa che in determinate condizioni una struttura informatica può avere bisogno di notevoli quantità di acqua per mantenere efficienti i propri sistemi di raffreddamento. Il problema diventa particolarmente delicato quando i Data Center vengono costruiti in aree dove le risorse idriche sono già limitate. La domanda da porsi, quindi, non è soltanto quanta energia consumi un'infrastruttura digitale, ma anche quali risorse utilizzi e dove. Data Center sempre più grandi La trasformazione digitale sta aumentando la domanda di capacità di calcolo. Cloud computing, streaming, videogiochi online, social network, servizi finanziari e soprattutto intelligenza artificiale richiedono infrastrutture sempre più potenti. Per soddisfare questa domanda vengono costruiti Data Center di dimensioni crescenti, spesso concentrati in aree strategiche dove è possibile ottenere energia, connettività e terreni adeguati. Questa concentrazione può creare nuove pressioni sulle reti elettriche locali. Un grande Data Center può infatti richiedere una quantità di energia paragonabile a quella utilizzata da una comunità di notevoli dimensioni. Quando più strutture vengono costruite nella stessa area, la domanda complessiva può diventare un fattore importante nella pianificazione energetica. È uno dei motivi per cui la corsa all'intelligenza artificiale non riguarda soltanto software e chip: riguarda anche centrali elettriche, reti di distribuzione, trasformatori, sistemi di raffreddamento e infrastrutture di telecomunicazione. Il territorio trasformato dall'economia digitale Un altro aspetto controverso è il consumo di suolo. Un Data Center non è semplicemente un grande edificio. Ha bisogno di sistemi elettrici, infrastrutture di rete, impianti di raffreddamento, strade, sicurezza e spesso strutture energetiche dedicate. La scelta della posizione diventa quindi strategica. Le aziende cercano aree con accesso a energia affidabile e conveniente, collegamenti ad alta capacità e condizioni favorevoli per il raffreddamento. In alcuni casi questo porta alla trasformazione di aree precedentemente agricole, industriali o periferiche. Il risultato è un paradosso: la tecnologia che permette di lavorare e comunicare senza spostarsi fisicamente può richiedere nuove infrastrutture fisiche e nuovi spazi. Il rumore che arriva dai server Esiste anche un problema più concreto per chi vive vicino a queste strutture: il rumore. Ventole, sistemi di raffreddamento, generatori e altre apparecchiature devono funzionare continuamente. Le emissioni acustiche possono diventare una fonte di disagio per le comunità circostanti, soprattutto quando gli impianti sono di grandi dimensioni e operano senza interruzione. A questo si aggiunge il rumore prodotto dai generatori e dalle attività di manutenzione. Non si tratta necessariamente di un problema insormontabile, perché progettazione, isolamento acustico e regolamentazione possono ridurre l'impatto. Tuttavia, è un ulteriore elemento che dimostra come l'infrastruttura digitale abbia conseguenze molto concrete sul territorio. La sicurezza: un'infrastruttura diventata strategica I Data Center non custodiscono soltanto fotografie personali o documenti aziendali. Al loro interno possono transitare o essere conservati dati finanziari, informazioni sanitarie, comunicazioni, archivi governativi e una parte significativa delle attività economiche contemporanee. Questo li rende obiettivi strategici. Un attacco informatico, un sabotaggio fisico, un'interruzione energetica o un grave guasto tecnico possono avere conseguenze che vanno ben oltre il singolo edificio. La crescente dipendenza dal Cloud introduce quindi una nuova vulnerabilità: concentrare enormi quantità di servizi e informazioni all'interno di infrastrutture altamente interconnesse aumenta l'efficienza, ma rende anche indispensabile proteggerle da una gamma sempre più ampia di minacce. La dipendenza dalle grandi piattaforme C'è poi una questione meno visibile, ma altrettanto importante: la concentrazione del potere tecnologico. Una parte significativa del Cloud mondiale è gestita da un numero relativamente ristretto di grandi operatori. Per aziende, pubbliche amministrazioni e sviluppatori, affidarsi a queste infrastrutture significa ottenere servizi scalabili e affidabili, ma anche diventare dipendenti dalle decisioni tecnologiche, economiche e contrattuali dei fornitori. Se un grande provider subisce un'interruzione, il problema può propagarsi rapidamente a migliaia di servizi apparentemente indipendenti. Il Cloud, dunque, aumenta la resilienza rispetto a molte infrastrutture locali, ma crea contemporaneamente nuove forme di dipendenza. La domanda che pone l'intelligenza artificiale L'arrivo dell'AI sta rendendo questa discussione ancora più urgente. Un motore di ricerca tradizionale, un servizio di streaming e un modello generativo non richiedono necessariamente la stessa quantità di calcolo. L'addestramento di modelli sempre più grandi e l'esecuzione di milioni di richieste quotidiane stanno spingendo le aziende tecnologiche verso infrastrutture specializzate e sempre più energivore. Il risultato è una nuova corsa alla capacità di calcolo. Non basta più costruire software migliori. Servono processori specializzati, memoria, reti ad alta velocità, sistemi di raffreddamento avanzati e una disponibilità energetica adeguata. La competizione nel settore dell'intelligenza artificiale sta quindi diventando anche una competizione per l'accesso all'energia e alle infrastrutture fisiche. Il Cloud non è necessariamente il nemico Dire che i Data Center fanno paura non significa considerarli automaticamente negativi. Il Cloud ha permesso di ridurre numerosi sprechi rispetto a un modello in cui ogni azienda avrebbe dovuto mantenere propri server, sistemi di backup e infrastrutture informatiche. La centralizzazione può consentire un utilizzo più efficiente delle risorse e facilitare la gestione di grandi quantità di dati. Inoltre, i moderni Data Center stanno adottando tecnologie più efficienti, fonti energetiche rinnovabili, sistemi avanzati di raffreddamento e soluzioni per recuperare il calore prodotto dai server. Il vero problema non è quindi l'esistenza dei Data Center, ma la velocità con cui la domanda digitale sta crescendo e il modo in cui questa crescita viene gestita. La vera sfida: rendere sostenibile l'invisibile Per anni abbiamo pensato a Internet come a qualcosa di immateriale. Un clic sembrava non avere peso, una fotografia caricata online sembrava non occupare spazio e una richiesta a un'intelligenza artificiale sembrava non richiedere altro che una connessione. Dietro ogni servizio digitale, però, esiste una catena fisica fatta di energia, metalli, semiconduttori, fibra ottica, edifici e sistemi industriali. Questa consapevolezza diventa particolarmente importante mentre il mondo aumenta la propria dipendenza dal Cloud. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto costruire Data Center più potenti, ma progettare un'infrastruttura digitale capace di crescere senza trasformare l'efficienza virtuale in un costo ambientale e sociale sempre più difficile da sostenere. Il Cloud continuerà probabilmente a essere uno dei pilastri della società digitale. Ma dietro quella nuvola apparentemente leggera esiste un mondo fatto di cemento, acciaio, elettricità, acqua e macchine. Ed è proprio questa la sua altra faccia: più la nostra vita diventa digitale, più abbiamo bisogno di infrastrutture fisiche capaci di sostenerla. 
Autore: Educazione Digitale 6 agosto 2026
Un modo per trasformare un profilo personale in uno spazio di ricordo digitale La presenza online di una persona non scompare necessariamente con la sua morte. Negli anni i social network sono diventati anche luoghi in cui conservare fotografie, messaggi, ricordi e momenti condivisi. Per questo motivo Facebook ha introdotto gli account commemorativi, una funzione pensata per trasformare il profilo di una persona deceduta in uno spazio dedicato al ricordo, evitando che venga eliminato automaticamente o utilizzato impropriamente. L’account commemorativo rappresenta una sorta di memoria digitale: permette ad amici e familiari di continuare a visitare il profilo, lasciare messaggi di ricordo e mantenere vivo il legame con la persona scomparsa, rispettando però la sua identità e la sua privacy. Che cos’è un account commemorativo di Facebook Un account commemorativo è un profilo Facebook trasformato dopo la morte del titolare. Quando Facebook riceve una segnalazione ufficiale del decesso e verifica le informazioni fornite, il profilo viene modificato con alcune caratteristiche specifiche. Accanto al nome della persona compare la dicitura “In memoria di”, che segnala agli altri utenti che si tratta di un profilo appartenuto a una persona deceduta. L’account non viene più considerato un normale profilo attivo e non può essere utilizzato per accedere alla piattaforma come faceva il proprietario originario. Il profilo rimane però visibile secondo le impostazioni sulla privacy scelte in precedenza dall’utente e può continuare a rappresentare un punto di incontro digitale per chi desidera ricordarlo. Cosa cambia dopo la trasformazione in account commemorativo Quando un profilo diventa commemorativo, Facebook applica una serie di limitazioni per proteggere la memoria e la sicurezza dell’utente. Tra i principali cambiamenti: nessuno può accedere all’account utilizzando la password della persona scomparsa; il profilo non appare più nei suggerimenti di amicizia; non vengono inviati promemoria di compleanno; non vengono pubblicati automaticamente nuovi contenuti; il nome del profilo viene contrassegnato come account commemorativo; alcune funzionalità vengono limitate per evitare utilizzi impropri. Gli amici e i familiari possono comunque continuare a visualizzare i contenuti già pubblicati, se erano autorizzati a farlo, e lasciare messaggi sulla bacheca del profilo. Il contatto erede: chi può gestire un account commemorativo Facebook offre la possibilità di scegliere un “contatto erede”, ovvero una persona incaricata di gestire alcuni aspetti del profilo dopo la trasformazione in account commemorativo. Il contatto erede non diventa proprietario dell’account e non può accedere ai messaggi privati o modificare completamente il profilo. Il suo ruolo è limitato ad alcune attività specifiche. Può, ad esempio: aggiornare l’immagine del profilo e quella di copertina; scrivere un post fissato nella parte superiore del profilo; rispondere alle nuove richieste di amicizia; modificare alcune informazioni relative agli eventi commemorativi; scaricare una copia dei contenuti condivisi dall’utente, se questa possibilità era stata autorizzata. La scelta del contatto erede può essere effettuata direttamente dalle impostazioni dell’account mentre la persona è ancora in vita. Come richiedere la trasformazione di un profilo in commemorativo La trasformazione di un profilo Facebook in account commemorativo non avviene automaticamente. Deve essere richiesta da una persona autorizzata o informata del decesso. Per effettuare la segnalazione è necessario fornire a Facebook alcune informazioni, tra cui: il nome della persona deceduta; il collegamento al suo profilo Facebook; la data del decesso; una documentazione che confermi la morte, come un certificato o un documento equivalente. Dopo la verifica, Facebook procede alla conversione del profilo. Cosa succede agli account senza contatto erede Se una persona muore senza aver indicato un contatto erede, il profilo può comunque essere trasformato in commemorativo. In questo caso nessuno potrà gestirlo attraverso gli strumenti messi a disposizione da Facebook. Il profilo resterà quindi come spazio di memoria, ma senza una persona incaricata di aggiornarne alcuni elementi. Gli utenti autorizzati potranno continuare a interagire con i contenuti disponibili secondo le impostazioni già presenti. Eliminazione definitiva dell’account dopo la morte Facebook permette anche di scegliere un’altra opzione: eliminare definitivamente il proprio account dopo la morte. Attraverso le impostazioni dell’account è possibile indicare che, in caso di decesso, il profilo non dovrà essere trasformato in commemorativo ma cancellato definitivamente. Questa scelta comporta la rimozione del profilo, delle fotografie, dei post e delle informazioni associate all’account. Una volta completata la procedura, il contenuto non sarà più recuperabile. Perché gli account commemorativi sono importanti nell’era digitale La gestione dell’identità digitale dopo la morte è diventata una questione sempre più rilevante. Ogni giorno milioni di persone condividono online fotografie, pensieri, relazioni e momenti personali, creando una vera e propria memoria digitale. Gli account commemorativi rispondono alla necessità di trovare un equilibrio tra due esigenze: rispettare la privacy e la sicurezza della persona scomparsa; consentire a familiari e amici di conservare un luogo virtuale dove ricordarla. Il tema riguarda non solo Facebook, ma l’intero ecosistema digitale. Anche altri servizi online hanno sviluppato strumenti simili per gestire gli account degli utenti deceduti, dimostrando come la vita digitale sia ormai parte integrante della memoria personale e collettiva. La nuova frontiera dell’eredità digitale Gli account commemorativi rappresentano un esempio concreto di come la tecnologia stia modificando il concetto tradizionale di eredità. Oltre ai beni materiali, oggi esiste anche un patrimonio digitale composto da fotografie, conversazioni, documenti e contenuti personali. Gestire questo patrimonio richiede consapevolezza: scegliere in anticipo cosa deve accadere al proprio profilo dopo la morte permette di lasciare indicazioni chiare e ridurre difficoltà per familiari e amici.  In un mondo sempre più connesso, anche il ricordo passa attraverso strumenti digitali. Gli account commemorativi di Facebook sono diventati uno dei modi attraverso cui la tecnologia cerca di preservare la memoria delle persone, trasformando un semplice profilo social in uno spazio dedicato al ricordo e alla continuità del legame umano.
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