Il Blog di Akam
Oltre il Mainstream - Un Blog fuori dal Blog

C'è una notte all'anno in cui tutti si travestono per sembrare qualcun altro. Il problema è che, per molti, non servirebbe nemmeno il costume: recitano una parte da così tanto tempo che ormai non ricordano più quale sia il loro vero volto. Ad Halloween spuntano vampiri, streghe, zombie e mostri di ogni genere. Ma la cosa curiosa è che, terminata la festa, gran parte di queste creature non scompare affatto. Le ritroviamo puntualmente nella vita quotidiana, perfettamente integrate nella società. Ci sono quelli che sorridono davanti e pugnalano alle spalle, i professionisti della falsità, gli esperti di manipolazione e quelli che cambiano personalità a seconda di chi hanno davanti. Poi ci sono i fenomeni da social: vite meravigliose, sorrisi impeccabili, felicità ostentata e un bisogno disperato di dimostrare al mondo quanto siano speciali. Dietro lo schermo, però, spesso si nasconde un'altra storia. E non dimentichiamo i cosiddetti giudici universali: persone che distribuiscono sentenze su tutto e tutti, convinte di possedere la verità assoluta, possibilmente senza aver mai approfondito nulla. Insomma, Halloween è una festa divertente, soprattutto perché per una sera permette a tutti di indossare una maschera senza dover inventare troppe giustificazioni. Peccato che il 1° novembre si torni alla normalità: i costumi finiscono nell'armadio, il trucco viene rimosso e i mostri tornano a circolare liberamente. Con una differenza: quelli veri non hanno bisogno di aspettare Halloween per spaventare qualcuno.

Quell'incredibile fenomeno inspiegabile per cui un politico, non appena si siede sulla poltrona ministeriale, viene colto dall'amnesia che gli fa dimenticare le promesse elettorali. La scienza ha risolto i più grandi misteri dell'universo: i buchi neri, la materia oscura, persino il motivo per cui le cuffie del telefono si annodano in tasca. Eppure, un enigma resiste a qualsiasi legge fisica: l'Amnesia Ministeriale Post-Insediamento (AMPI). Il fenomeno è sempre identico. Fino al giorno prima, il candidato solcava i palchi con la verve di un predicatore rock, urlando contro i privilegi, le tasse ingiuste e i disastri del governo precedente. Prometteva mari, monti e pure la luna in saldo. Poi, il miracolo istituzionale. Appena le natiche toccano la poltrona in pelle di vitello del ministero, si compie la metamorfosi biologica. Le sinapsi dedicate ai programmi elettorali implodono in un elegante sbuffo di fumo. Il giorno dopo, di fronte ai microfoni, l'ex tribuno del popolo appare smarrito: "Promesse? Quali promesse? Ah, intendeva la metafora poetica del 'paese dei balocchi'? No, guardi, i vincoli di bilancio parlano chiaro. C'è da fare i conti con la realtà". La realtà, ovviamente, è la sedia. Gli specialisti consigliano di non cercare cure. L'amnesia ministeriale non è una malattia, è un superpotere: permette di restare al governo per anni.

La giustizia ha vette di finezza filosofica che noi umili mortali non possiamo cogliere. Prendiamo il capolavoro concettuale della pena di morte: un omicidio di Stato commesso per insegnare al reo, in modo definitivo, che uccidere è sbagliato. È un metodo pedagogico formidabile. Funziona più o meno come tirare un ceffone a un bambino spiegandogli che le mani non si alzano, oppure dare fuoco a una casa per dimostrare l'importanza della prevenzione antincendio. Un paradossale inghippo logico così perfetto che persino Aristotele, se fosse vivo, si dimetterebbe dalla facoltà di filosofia per manifesta inferiorità. Il messaggio educativo è cristallino: "Uccidere è un crimine orribile, disumano e inaccettabile. Perciò lo faremo anche noi, ma con la benedizione della legge, così impari". Praticamente la stessa coerenza di un medico che cura l'obesità strozzando i pazienti a colpi di lasagne. La bellezza di questo paradosso sta tutta nel contrappasso. Vuoi dimostrare il valore sacro della vita umana? Semplice: sopprimila. Geniale. Un cortocircuito morale così potente che la coerenza logica si è data alla macchia. Del resto, quale modo migliore per promuovere la pace universale se non aggiungendo altri cadaveri al computo totale? Chiudi il cerchio, spegni il cervello e goditi lo spettacolo della coerenza giustizialista.

In Italia abbiamo un superpotere formidabile: sappiamo stanziare miliardi di euro con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè. Peccato che l'istante successivo scatti un terrore atavico, ancestrale e paralizzante: la paura di compilare male il modulo F24 della transizione ecologica. Così, mentre l'Europa immagina ponti del futuro e boschi verticali, i nostri fondi fanno una fine magnifica e immobile. Si ibernano nei cassetti, protetti da una sacra muraglia di veti incrociati. È una partita a scacchi tra Ministeri ipocondriaci, Regioni in vena di melina, Comuni ribelli e Soprintendenze che porrebbero il vincolo storico pure a un monopattino. Il risultato? Miliardi di euro ibernati nello spazio-tempo burocratico. Lì, fermi e intonsi, generano un'ansia da prestazione collettiva talmente forte che nessuno osa toccarli per timore di finire sotto inchiesta per aver asfaltato una zolla protetta dal WWF. Siamo l'unico Paese al mondo in cui i soldi ci sono, ma spenderli è considerato reato di lesa lentezza. E allora viva la stasi! Non si costruisce nulla, non si sbaglia nulla, e l'unica infrastruttura che funziona davvero è il nostro eterno, inossidabile e formidabile blocco mentale.

L’Italia ha fatto enormi passi avanti verso il futuro digitale: abbiamo lo SPID, il domicilio digitale, la PEC e documenti con QR code dinamici che cambiano a ogni battito di ciglia. Ma c’è un drago implacabile che la tecnologia non è ancora riuscita a sconfiggere: l’impiegato pubblico e la sua insaziabile fame di cellulosa. Ti presenti allo sportello con il tuo bel PDF munito di codice crittografato che attesta la tua esistenza in vita, i tuoi redditi e persino le tue colpe passate. Il funzionario, con la grazia di un notaio mediorientale, posa lo sguardo su uno schermo da 32 pollici ad altissima definizione. Potrebbe verificare tutto in un nanosecondo. Invece, sospira. "Sì, vabbè, il QR code... ma dov’è la copia cartacea?". E qui si consuma il dramma mistico. La tecnologia ti offre l'immortalità nel cloud, ma il burocrate vuole il cadavere cartaceo. Il motivo è di una logica inattaccabile: "Se non stampi, io dove lo metto il timbro?". Il timbro tondo, viola, in gomma consumata, è il vero totem della Repubblica. Senza di esso, un documento non esiste. Non importa se è criptato con la chiave di volta del Pentagono: se l'inchiostro non sporca la scrivania e non impregna almeno due fogli di carta intestata, per lo Stato tu sei un ologramma abusivo. Così, stampiamo file digitali per portarli in uffici dove verranno scansionati di nuovo da un impiegato che li rimetterà in un computer. E noi restiamo qui, sospesi tra il 3000 avanti Cristo e il duemilaemai.

La semplificazione in Italia è quel processo miracoloso in cui, per togliere un foglio di carta dalla scrivania, bisogna prima piantarne una foresta di decreti attuativi. C’era una volta la "semplificazione". Una nobile chimera, un miraggio giuridico che ogni governo sventola come una reliquia laica per promettere il paradiso burocratico: meno moduli, meno file, più libertà. Peccato che in Italia ogni volta che lo Stato decide di snellire un procedimento, si attivi una legge cosmica per cui semplificare fa rima con complicare esponenzialmente. Il meccanismo è diabolico quanto perfetto. La nuova legge taglia due passaggi? Subito partono dodici decreti attuativi, trentacinque circolari esplicative e un apposito modulo in formato PDF non editabile. Ma non basta. Per dimostrare che non stai compilando quel modulo con dolo, ti tocca allegare tre autocertificazioni, una perizia asseverata e il bollo virtuale. Risultato? Imprese e professionisti passano le giornate a produrre montagne di carta per certificare l'avvenuta riduzione della carta. È il paradosso quantistico della burocrazia: la scartoffia si espande per occupare tutto lo spazio disponibile nella casella PEC. In fondo, che gusto c'è a vivere in un Paese efficiente se non puoi morire soffocato da un timbro?

L'Italia è un Paese diviso in due: da un lato la modernità spaziale, dall'altro la dimensione parallela dei regionali. Da un lato spendiamo cifre record per volare a trecento chilometri all'ora su linee avveniristiche, proiettati verso un futuro cyberpunk dove il caffè al bar della carrozza costa come un lingotto d'oro. Un trionfo di ingegneria, velocità e steward in giacca e cravatta che sorridono mentre sfrecci tra le nuvole. Dall'altro, sulla rete dei treni regionali, vige una mistica d'altri tempi. Un ritardo di venti minuti non è un disservizio: è un bollettino meteorologico, un evento atmosferico inevitabile come la pioggia o l'allineamento dei pianeti. La motivazione ufficiale? Un onnipresente "guasto tecnico" o, la mia preferita, l'iconica "foglia sui binari". Sì, una foglia. Un singolo, subdolo arbusto autunnale capace di paralizzare un'intera tratta interregionale e di costringere migliaia di pendolari a interrogarsi sul senso della vita stipati su un carro bestiame del 1982. In fondo è un servizio terapeutico: mentre l'alta velocità ti porta a destinazione in un lampo lasciandoti lo stress intatto, il regionale ti insegna la pazienza buddista. Salire su un locale non è viaggiare, è un'esperienza mistica di sopravvivenza. E voi vi lamentate.

Avete presente l'eroe solitario che tiene in piedi il pilastro del tempio mentre tutti gli altri fanno il picnic intorno? Quello siamo noi. O meglio, quel 30% di italiani che, con stoica resilienza (e una vistosa tachicardia), continua a dichiarare un reddito reale. La matematica non è un'opinione, ma in Italia è una barzelletta: una ristretta minoranza di contribuenti paga quasi il 79% dell'Irpef totale. Il restante 21% viene generosamente sponsorizzato da un esercito di circa 25 milioni di cittadini che, stando alle dichiarazioni, vivono d'aria, amore o forse di scambi di figurine. La scena è degna di una commedia all'italiana: 30 persone al ristorante ordinano aragosta, champagne e tartufo per tutti, ma al momento del conto fanno colletta solo in tre. Gli altri 25 guardano il soffitto fischiettando l'Inno di Mameli, giurando di non aver mai toccato cibo, pur avendo il tovagliato legato al collo. Insomma, il welfare state italiano è un miracolo laico: tutti ricevono cure, strade e pensioni, ma a fare la colletta è sempre la solita cerchia ristretta. Se l'onestà fiscale fosse una medaglia, costoro avrebbero il petto così pieno da rischiare il collasso gravitazionale. Per gli altri? Beh, beati i poveri di spirito ... e di dichiarazione.

Mentre i visionari della Silicon Valley urlano alla rivoluzione digitale e all'automazione totale dei processi aziendali, c'è un dettaglio che sfugge ai loro supercomputer: in Italia, il PIL non si regge sui server in cloud, ma sui residui di caffè solubile della macchinetta del corridoio. I guru della tecnologia promettono un futuro in cui l'Intelligenza Artificiale prenderà ogni decisione strategica, azzerando le inefficienze umane. Peccato che l'unico vero consiglio di amministrazione a basso costo e ad alto tasso di polemica si tenga rigorosamente in piedi, davanti a uno sportello di plastica che eroga un liquido bollente dal sapore vagamente catramoso. È lì, tra una monetina da cinquanta centesimi inceppata e lo zuccherino dimenticato sul fondo, che si decide il destino dell'azienda. Mentre l'IA elabora petabyte di dati con algoritmi predittivi complessi, la segretaria Maria, brandendo una palettina di legno, ha già previsto il fallimento del nuovo piano industriale semplicemente guardando come il capo si è vestito di lunedì. L'automazione potrà pure sostituire i report trimestrali e le email passive-aggressive, ma non potrà mai replicare il pettegolezzo strategico delle dieci e mezza. In fondo, la vera superintelligenza non risiede in un processore quantistico, ma nella capacità collettiva di sopravvivere a otto ore di riunioni inutili grazie a una dose massiccia di caffeina e cinismo. L'Era Digitale può pure avanzare: finché la macchinetta accetta le monete, il vero server centrale siamo noi.

Il bollettino quotidiano dell’Homo Sapiens Digitale si apre sempre allo stesso modo: un sospiro profondo, l’ennesimo articolo bollato come «fake news» e la solenne promessa di tornare a informarsi sulla carta stampata. Subito dopo, però, il pollice riprende a scorrere vertiginosamente sullo schermo dello smartphone. Il dramma dell’informazione moderna non è la carenza di notizie, ma la nostra allergia al secondo paragrafo. Pretendiamo il rigore accademico della Treccani, ma pretendiamo anche che stia comodamente dentro un tweet di centoquaranta caratteri. Il meccanismo è oliato alla perfezione: leggiamo un titolo urlando al complotto planetario, ci indigniamo ferocemente nei commenti senza aver aperto il link, e infine condividiamo il tutto per denunciare «la stampa asservita». È il perfetto cortocircuito cognitivo: detestiamo il sensazionalismo, ma ne siamo i finanziatori ufficiali tramite i nostri click di puro panico. In fondo, approfondire è faticoso. Molto meglio vivere in un eterno carosello di titoli apocalittici, dove la realtà è sempre riducibile a un meme e la nostra unica certezza è il prossimo, inevitabile, sdegno da smartphone.

Siamo nell’era in cui un’app sa persino quante volte sbatti le palpebre, eppure la burocrazia statale vive in un loop temporale fermo al 1800. Vivi il tuo momento di estasi cibernetica: SPID attivato con selfie acrobatico, CIE configurata via NFC e l'app IO che ti avvisa persino quando respiri. Ti senti un cyborg della pubblica amministrazione. Poi, il dramma. Il sistema digitale si blocca. Compare l'inevitabile scritta: "Per completare la pratica, recarsi allo sportello". Inizi la ricerca dello sportello come Indiana Jones. Lo trovi: si trova al terzo piano di un edificio senza ascensore, in fondo a un corridoio che odora di muffa e carta bollata. Orari di apertura al pubblico? Ovviamente il martedì, dalle 10:15 alle 12:00, a patto che non piova o che l'operatore non sia in permesso sindacale. Arrivi lì dopo aver preso ferie. Ti siedi davanti all'impiegato, un saggio monaco amanuense circondato da torri di faldoni polverosi. Gli porgi fiero lo smartphone aperto sul QR code. Lui ti guarda con compassione mista a disprezzo, solleva la cornetta di un telefono grigio a rotella e ti dice: "Il computer non va. Mi stampi la ricevuta in triplice copia e me la riporti giovedì". La transizione digitale è servita: la tecnologia avanza veloce, ma la carta bollata sa sempre come metterti in ginocchio.

Hai presente quando arrivi a fine giornata con la sensazione di aver scalato l'Everest, pur avendo solo fatto zapping con il telecomando? Niente paura, la tecnologia è qui per moltiplicare il nulla cosmico: arrivano le app salva-tempo. Il geniale paradosso è cristallino: scarichi un software per ottimizzare la vita, e finisci per passare quarantacinque minuti a configurare i widget, scegliere la tonalità di verde pastello per la lista della spesa e sincronizzare il calendario atomico con il tuo frigorifero intelligente. Nel frattempo, la lavatrice gira da sola e tu stai studiando un grafico a barre per scoprire che dedichi l'87% del tuo esistente a "gestire le notifiche delle app che gestiscono le notifiche". È il progresso, bellezza. Un circuito chiuso in cui l'unico tempo effettivamente salvato è quello che avresti potuto impiegare per riposare il cervello, ora felicemente intasato da promemoria motivazionali e grafiche minimaliste che ti urlano di "essere produttivo". Risultato? Sei così indaffarato a organizzare il tuo tempo libero che finisci per aver bisogno di un'altra app per sopravvivere allo stress del risparmio temporale. Geniale. Quante app inutili hai installato solo nell'ultima settimana?

Notizie dell’ultima ora: il bosco è nel panico. Cappuccetto Rosso gira con un elmetto tattico, la Nonna ha fondato un comitato armato di forconi e il Cacciatore ha aperto un master in crisis management. Il motivo? La favoletta del lupo cattivo, tornata prepotentemente di moda nei palinsesti televisivi e sui giornali. I mass media, si sa, hanno sempre bisogno di un cattivo a portata di mano. Niente sceneggiature complicate: basta rispolverare il vecchio lupo mannaro geopolitico e il gioco è fatto. Il canide di turno, rigorosamente a zanne scoperte, diventa il responsabile di ogni disgrazia, dall’inflazione al meteo impazzito. La narrazione è perfetta per il prime time: immagini cupe, musica minacciosa e immancabili esperti pronti a giurare che il lupo si travesta persino da capretta. Mancano solo le televendite di spray al peperoncino per nonne impaurite. Intanto, il lupo vero sbadiglia dietro un cespuglio, mortificato. Lui rubava qualche pecora per sopravvivere; oggi viene trasformato in uno spauracchio mediatico, comodissimo per riempire i palinsesti e distrarre il pubblico da questioni ben più complesse. Morale della favola? Prima di credere al lupo cattivo, chiedetevi chi sta raccontando la storia e perché. Perché, nel bosco dell’informazione, il mantello rosso può nascondere una trappola, ma anche il doppiopetto dell’opinionista può celare qualche sorpresa.

Ci sono momenti in cui l’essere umano raggiunge vette inaspettate di illuminazione spirituale. Di solito accade davanti al frigorifero, alle due di notte, quando scopre la nuova frontiera del wellness psicologico: negare spudoratamente la realtà. La regola è semplice: guardati allo specchio, osserva quel rotolino che sfida la gravità e ripeti con la convinzione di un guru: «Tu non hai fame!». Anatomia di un’illusione Lo stomaco protesta come durante un terremoto, la salivazione aumenta e il cervello pianifica un’incursione nella credenza per raggiungere quel pacco di biscotti. Ma tu resisti. Ti guardi negli occhi e reciti il mantra. ▪️ Primo tentativo: lo dici sottovoce. Lo specchio ti fissa con l’empatia di un ufficiale giudiziario. ▪️ Secondo tentativo: alzi il tono, cercando di convincere te stesso, il gatto e i vicini che quel brontolio sia un problema idraulico. ▪️ Crollo definitivo: capisci che l’unica cosa che mente in quella stanza sei tu. I benefici (immaginari) del metodo ▪️ Risparmio: non compri cibo, ma potresti investire in sedute di psicoterapia per elaborare il lutto della pizza. ▪️ Consapevolezza: impari a distinguere la fame reale, quella nervosa e la disperazione esistenziale. Spesso sono la stessa cosa. ▪️ Vista potenziata: riesci a individuare tracce di burro a trecento metri di distanza. La prossima volta che la bilancia ti guarda con aria beffarda e la dieta sembra una punizione medievale, ricorda: tu non hai fame. Hai soltanto un disperato bisogno di carboidrati. Ma shhh… non dirlo allo specchio. Secondo te, chi mente di più: lo specchio o la bilancia?

C’è un momento magico nella vita di ogni studente di medicina in cui l’orrore si mescola al dubbio di aver scelto la facoltà sbagliata. Un tempo coincideva con migliaia di pagine di Anatomia da imparare a memoria. Oggi, perché faticare? Basta chiedere all’intelligenza artificiale di suggerire le risposte giuste. Dopotutto, se guidiamo auto autonome, perché non affidare un dolore al petto a un algoritmo che fino a cinque minuti prima scriveva poesie medievali? Intanto, cari pazienti, preparatevi: il vostro stile di vita è sotto esame. Con il vecchio medico potevate ancora mentire. Dichiarare tre allenamenti settimanali, intendendo il tragitto dal divano al frigorifero. Giurare di mangiare sano, omettendo le incursioni notturne in dispensa. Lui vi guardava storto e vi prescriveva una pillola. Il medico digitale, invece, potrebbe avere meno pazienza delle vostre scuse. Le bugie saranno obsolete: stress da lavoro, metabolismo lento e sfortuna non basteranno più. I dati parleranno per voi, mentre voi cercherete di ricordare quando avete visto una verdura l’ultima volta. La diagnosi sarà implacabile: niente sguardi compassionevoli, solo statistiche, percentuali e un referto stampato con la delicatezza di una cartella esattoriale. La terapia sarà iper-ottimizzata: addio consigli della nonna. Il sistema potrebbe suggerirvi una vita fatta di alghe, sonno regolamentato e attività fisica monitorata da una costellazione di dispositivi. Tutto per guadagnare, statisticamente, qualche secondo di esistenza. Quindi spegnete Netflix, alzatevi dal divano e iniziate a correre all’alba. Naturalmente con cardiofrequenzimetro, app dedicata e dati caricati sul cloud. E soprattutto, trattate la vostra flora intestinale con il rispetto dovuto a una divinità minore. Il futuro della medicina sarà sempre più digitale. Resta solo da capire se, tra un algoritmo e l’altro, qualcuno si ricorderà ancora di guardare il paziente negli occhi. Perché il corpo è vostro, ma il manuale d’istruzioni sembra ormai in mano a un server.

E alla fine è successo. Il termometro è sceso sotto i trenta gradi, il sole ha smesso di volerci ustionare la retina e la sabbia ha finalmente abbandonato ogni anfratto della nostra esistenza, dai sedili dell’auto al fondo del dentifricio. L’estate ci ha salutato. Tre mesi di un incantevole periodo del cazzo, sembrati tre anni di autosabotaggio vacanziero. I grandi classici della sofferenza estiva: ▪️ Le ferie come prova di sopravvivenza: sette giorni a contendersi un metro quadrato di spiaggia, con il vicino d’ombrellone che diffonde trap neomelodica senza cuffie già alle otto del mattino. ▪️ La tirannia della tintarella: l’obbligo sociale di tornare in ufficio abbronzati, a metà tra un’arancia secca e un gamberetto bollito, dopo aver investito mezzo stipendio in creme solari. ▪️ La prova costume: affrontata a giugno con la dignità di un frigorifero americano, per poi arrendersi a gelati notturni e grigliate d’agosto. Ma ora, finalmente, tutto è finito. Possiamo tornare alla nostra amata routine: traffico, piogge improvvise e impegni incastrati al millimetro. Basta aperitivi su scogliere ventose, con i capelli nella birra e il sorriso forzato di chi dovrebbe divertirsi a tutti i costi. Maledetta estate, ci mancherai quanto un sasso nella scarpa. Però, diciamolo senza vergogna: che soddisfazione vederti finire! E adesso aspettiamo l’inverno. Quello che, tra qualche settimana, ci farà rimpiangere il caldo e ricominciare a rompere i coglioni.

Dimenticate i manuali di giornalismo, le inchieste sul campo e la noia mortale del fact-checking. Nel magico mondo dei social, una bugia ripetuta diecimila volte non diventa soltanto vera: si trasforma in un dogma costituzionale. Il meccanismo è semplice. Se un utente con una foto profilo sfocata sostiene che i piccioni siano droni spia governativi alimentati a semi di girasole, la prima reazione è lo scetticismo. Ma quando la stessa teoria compare per la centesima volta durante lo scroll pomeridiano, il cervello comincia a vacillare. «In fondo, nessuno ha mai dimostrato che quel piccione non sia un cyborg», pensiamo, mentre premiamo il pollice in su. Il fattore fatica: verificare è sopravvalutato. Controllare le fonti richiede tempo, concentrazione e persino l'umiltà di ammettere di aver sbagliato. Bisogna aprire un'altra scheda, leggere più di tre righe e usare il pensiero critico. Roba da pionieri del secolo scorso. Molto meglio inoltrare tutto su WhatsApp con un rassicurante «SVEGLIAAA! I TG NON VE LO DIRANNO MAI!». La regola è semplice: se una notizia ti fa arrabbiare abbastanza da scrivere un insulto in maiuscolo, allora dev'essere vera. I fatti? Dettagli trascurabili. Il teorema del copia-incolla: Bugia iniziale + caratteri maiuscoli + «Condividi prima che lo cancellino» = verità assoluta. E perché fermarsi qui? Presto potremo abolire del tutto i fatti e sostituirli con un sistema di gradimento emotivo: se una cosa conferma le nostre idee, è vera; se le contraddice, è propaganda. Del resto, credere a tutto ciò che ci dà ragione è gratis, comodo e genera pure un sacco di interazioni. Verificare, invece, richiede fatica. E voi, avete già condiviso oggi la bufala che vi farà svoltare la giornata?