FLASH NEWS

Attacco informatico al sito web della Corte Costituzionale

Anche questa mattina gli hacktivisti filorussi di NoName057(16) rendono irragiungibile il sito della Corte Costituzionale Italiana con un attacco DDoS.


All’interno del loro canale Telegram riportano quanto segue:

"Continuiamo il nostro viaggio italiano, il portale della Corte costituzionale è stato bucato".



Andando ad effettuare una analisi con check-host in questo momento, in effetti il server web non risulta raggiungibile e non è stato abilitato il geolocking.


Relativamente all’Italia, il gruppo ha effettuato una serie di attacchi di Distributed Denial of Service ad obiettivi come: i Carabinieri, il Ministero della Difesa, il Ministero degli Esteri, Bper Banca, il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e l'ATAC.


© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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Autore: Focus 11 agosto 2026
Mentre l’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente il settore tecnologico, una parte della comunità digitale guarda nella direzione opposta: verso il passato. Vecchi computer, periferiche e sistemi informatici che per molti rappresentano semplicemente tecnologia superata stanno diventando oggetti da conservare, restaurare e utilizzare nuovamente. Il fenomeno del collezionismo di computer d’epoca è in crescita e coinvolge appassionati negli Stati Uniti, ma anche in diversi Paesi europei. Alla base non c’è soltanto la nostalgia per una tecnologia ormai scomparsa, ma anche il desiderio di comprendere concretamente come sono nate le macchine che hanno contribuito a costruire l’attuale società digitale. Dalla nostalgia alla conservazione della storia tecnologica Tra i protagonisti di questa comunità c’è Josh Dersch, ingegnere software di Seattle che possiede oltre 200 computer e dispositivi storici. Per lui il fascino di queste macchine deriva soprattutto dalla possibilità di studiarne il funzionamento, individuare i guasti e riportarle in vita. Il principio è quasi opposto a quello che guida oggi l'industria tecnologica. Se la Silicon Valley investe enormi risorse nell'intelligenza artificiale e nelle tecnologie del futuro, i collezionisti cercano di impedire che le generazioni precedenti di computer vengano dimenticate. Atari, Commodore, IBM e molti altri marchi rappresentano infatti gli antenati dei personal computer moderni, degli smartphone e dei dispositivi indossabili. Oggetti che un tempo erano strumenti rivoluzionari possono oggi apparire rudimentali, ma raccontano le tappe attraverso cui l'informatica è arrivata alla sua forma attuale. Per gli appassionati, inoltre, recuperare il suono di un vecchio computer che si avvia, rivedere un'interfaccia ormai scomparsa o tornare a giocare con titoli come Pong e Space Invaders significa anche recuperare una parte della memoria della cultura digitale. I computer vintage diventano oggetti da collezione La crescita dell'interesse è evidente anche negli eventi dedicati all'informatica storica. All'inizio di agosto 2026, il Vintage Computer Festival di Mountain View, in California, ha attirato più di 3.500 visitatori in due giornate. L'edizione era dedicata anche al cinquantesimo anniversario della fondazione di Apple, avvenuta nel 1976 nella vicina Cupertino. Tra gli appuntamenti c'è stato un incontro con Steve Wozniak e Ronald Wayne, due dei cofondatori della società, che hanno ripercorso gli inizi dell'azienda prima della sua trasformazione in uno dei principali protagonisti dell'industria tecnologica mondiale. Il festival californiano è soltanto uno dei numerosi appuntamenti dedicati ai computer storici. Eventi analoghi si sono diffusi in Nord America, Sud America ed Europa, contribuendo alla formazione di una rete internazionale di appassionati. Parallelamente è aumentata anche la domanda sui mercati online. Alcuni modelli particolarmente rari possono raggiungere quotazioni molto elevate: un esemplare di Apple-1, il primo computer prodotto da Apple, può arrivare a valere centinaia di migliaia di euro. Lo Xerox Alto e le origini dell'interfaccia grafica Tra le macchine più significative della storia dell'informatica c'è lo Xerox Alto, sviluppato negli anni Settanta presso lo Xerox Palo Alto Research Center. Dersch ha dedicato anni al restauro di uno di questi sistemi, considerato uno dei precursori fondamentali del computer moderno. L'Alto introdusse concetti che oggi sembrano scontati: l'utilizzo del mouse e un'interfaccia grafica basata su finestre, icone e cursori, superando il modello del semplice testo visualizzato sullo schermo. Quelle soluzioni avrebbero avuto un'influenza enorme sull'evoluzione successiva dei personal computer e contribuirono a ispirare anche il lavoro di Steve Jobs e Bill Gates. Restaurare un sistema di questo tipo non significa quindi soltanto rimettere in funzione un vecchio apparecchio. Significa riportare alla luce una fase cruciale della storia tecnologica e consentire alle nuove generazioni di vedere direttamente come funzionavano strumenti progettati decenni prima dell'era di Internet, degli smartphone e dell'intelligenza artificiale. Quando una passione diventa difficile da gestire Il collezionismo può però trasformarsi rapidamente in qualcosa di molto più impegnativo di un semplice hobby. Erik Klein, presidente della Vintage Computer Federation, è arrivato a possedere circa 150 sistemi completi, accompagnati da accessori, documentazione originale e confezioni. La quantità di materiale era diventata così grande da occupare armadi e garage e da trasformare quella che era nata come una passione in un problema concreto per la sua vita familiare. Klein ha quindi scelto di ridimensionare la raccolta, vendendo o regalando gran parte dei computer e conservando soltanto alcuni dei pezzi a cui era maggiormente legato. Oggi dedica la propria esperienza all'organizzazione di festival, laboratori di riparazione e occasioni di scambio tra collezionisti. Una comunità internazionale in continua crescita La storia dei festival dedicati ai computer vintage risale almeno al 1997, quando Sellam Ismail organizzò il primo evento, raccogliendo circa 150 appassionati in California. Da allora il movimento si è progressivamente ampliato. Ismail ha contribuito alla nascita della Vintage Computer Federation e ha favorito la diffusione di iniziative analoghe anche fuori dagli Stati Uniti, tra cui eventi in Argentina, Germania e Svizzera. La crescita della comunità dimostra come il computer vintage non sia più soltanto una curiosità per pochi nostalgici. Per molti appassionati rappresenta un modo concreto per preservare la memoria dell'informatica, imparare come funzionavano le tecnologie del passato e comprendere meglio l'evoluzione che ha portato all'attuale ecosistema digitale. Il passato mentre l'IA corre verso il futuro Il successo del collezionismo di computer d'epoca crea così un curioso contrasto con l'attuale rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Da una parte, aziende e ricercatori lavorano su sistemi sempre più potenti, automazione avanzata e nuove forme di interazione uomo-macchina. Dall'altra, una comunità crescente dedica tempo e risorse a computer con capacità infinitamente inferiori a quelle di uno smartphone contemporaneo. Il valore di queste macchine, però, non è misurabile soltanto in termini di prestazioni. Un vecchio Commodore, un Atari, un IBM o uno Xerox Alto rappresentano una testimonianza materiale delle tappe che hanno trasformato l'informatica da tecnologia pionieristica a infrastruttura essenziale della vita quotidiana. In questo senso, mentre l'IA accelera verso il futuro, il recupero dei computer vintage assume quasi il significato di una forma di archeologia digitale: conservare gli strumenti del passato per non perdere la memoria del percorso che ha portato alla tecnologia del presente. 
Autore: Educazione Digitale 8 agosto 2026
Ogni fotografia digitale può contenere molte più informazioni di quelle visibili nell'immagine. Quando scattiamo una foto con uno smartphone o una fotocamera digitale, infatti, il dispositivo può registrare automaticamente una serie di dati relativi allo scatto. Sono i metadati, informazioni apparentemente innocue che, in alcuni casi, possono però fornire dettagli importanti sulla nostra vita privata. Tra questi dati possono esserci la data e l'ora dello scatto, il modello del dispositivo utilizzato, le impostazioni della fotocamera, la focale, il tempo di esposizione e la sensibilità ISO. In presenza della geolocalizzazione, il file può inoltre contenere le coordinate GPS del luogo in cui è stata realizzata la fotografia. È proprio quest'ultimo aspetto a meritare particolare attenzione quando un'immagine viene condivisa online. Cosa sono i metadati di una fotografia I metadati sono informazioni associate a un file che ne descrivono caratteristiche, origine o contenuto. Nelle fotografie digitali vengono utilizzati principalmente per conservare dati tecnici e organizzativi relativi all'immagine. Uno degli standard più diffusi è l'EXIF, acronimo di Exchangeable Image File Format. All'interno di queste informazioni possono essere registrati diversi parametri dello scatto e, se la fotocamera o lo smartphone dispone della geolocalizzazione, anche la posizione geografica. Esistono però diverse tipologie di metadati. Alcuni sono generati automaticamente dal dispositivo, come quelli relativi alle impostazioni della fotocamera; altri possono essere aggiunti successivamente attraverso programmi di modifica e gestione delle immagini. Ci sono infine informazioni legate ai diritti d'autore, alle licenze e alla gestione del file. Un altro formato utilizzato è XMP, sviluppato per contenere informazioni aggiuntive sulle immagini e che può essere integrato nel file oppure conservato in un documento separato. Il problema della posizione GPS La geolocalizzazione può essere una funzione molto utile. Permette, per esempio, di organizzare automaticamente le fotografie in base ai luoghi visitati e di ricostruire un viaggio attraverso una raccolta di immagini. Quando però una fotografia viene pubblicata o inviata a qualcuno, le coordinate geografiche possono diventare un'informazione da non sottovalutare. Una fotografia scattata davanti alla propria abitazione, sul posto di lavoro o nei pressi della scuola frequentata dai figli potrebbe infatti contenere informazioni sufficienti a individuare quei luoghi. Il rischio non deriva quindi necessariamente dall'immagine in sé, ma dai dati che possono accompagnarla. Per questo motivo è utile controllare i metadati prima di condividere fotografie online, soprattutto quando si tratta di immagini personali. Come controllare i metadati su smartphone La verifica può essere effettuata direttamente dal dispositivo. Su Android, attraverso Google Foto, è possibile selezionare un'immagine e aprire la sezione dedicata alle informazioni. Se nella fotografia sono presenti dati di posizione, l'app può mostrarli attraverso una mappa. Anche su iPhone il controllo è semplice: nell'app Foto è sufficiente aprire l'immagine e accedere alle informazioni attraverso l'apposita icona. In questo modo è possibile verificare se alla fotografia è associato un luogo. È importante però distinguere tra una posizione aggiunta manualmente o stimata dall'app e le coordinate registrate direttamente dalla fotocamera. Nel caso di Google Foto, la possibilità di modificare o eliminare la posizione dipende dalla modalità con cui questa informazione è stata acquisita. Controllare le informazioni dal computer Anche un computer consente di verificare rapidamente la presenza di metadati. Su Windows è possibile fare clic con il tasto destro sul file fotografico, aprire "Proprietà" e successivamente la scheda "Dettagli". Qui vengono visualizzate le informazioni associate all'immagine, quando disponibili. Su Mac, invece, è possibile utilizzare l'app Foto e accedere alle informazioni relative allo scatto. Questa verifica è particolarmente utile prima di caricare un'immagine su un sito web, inviarla tramite un servizio online o condividerla pubblicamente. Come rimuovere la posizione e gli altri dati Le modalità per eliminare i metadati cambiano in base al dispositivo e al software utilizzato. Su iPhone, l'app Foto permette di intervenire sulle informazioni relative alla posizione e di scegliere di non includerla quando la fotografia viene condivisa. In questo modo è possibile evitare che il luogo dello scatto venga associato all'immagine condivisa. Google Foto offre invece strumenti specifici per intervenire sulle informazioni di posizione, ma con alcune limitazioni. In particolare, la posizione stimata dall'app può essere rimossa, mentre una localizzazione registrata automaticamente dalla fotocamera potrebbe non essere modificabile direttamente attraverso Google Foto. Un metodo semplice per creare una copia senza metadati Esiste anche un sistema più generale che può essere utilizzato per ottenere una nuova immagine priva delle informazioni associate al file originale. Il principio è semplice: creare una nuova copia dell'immagine attraverso un'operazione che trasferisca soltanto il contenuto visivo, senza incorporare i metadati originali. Copiando quindi l'immagine e incollandola in un nuovo file, il nuovo documento può contenere esclusivamente i pixel dell'immagine, perdendo le informazioni EXIF e gli altri dati associati al file originale. È una soluzione pratica quando non si vuole utilizzare applicazioni specifiche per la gestione dei metadati. Naturalmente, prima di procedere è consigliabile conservare l'originale, soprattutto se contiene informazioni utili per l'archiviazione personale o professionale. La privacy non riguarda solo ciò che si vede Quando condividiamo una fotografia, tendiamo a concentrarci esclusivamente sul suo contenuto visibile. In realtà, un file digitale può raccontare molto altro. Data e ora dello scatto, dispositivo utilizzato e soprattutto posizione geografica possono aggiungere informazioni che il destinatario non avrebbe necessariamente bisogno di conoscere. Eliminare i metadati prima della condivisione non significa quindi rinunciare alle fotografie digitali, ma adottare una semplice precauzione per avere un maggiore controllo sulle informazioni che accompagnano i nostri contenuti. In un ambiente digitale nel quale immagini e file vengono condivisi continuamente, conoscere ciò che si nasconde dietro una fotografia rappresenta un passo importante per proteggere la propria privacy.
Autore: Focus 8 agosto 2026
Per milioni di persone il Cloud è diventato quasi invisibile. Foto, documenti, email, video, applicazioni, servizi bancari e piattaforme di streaming sembrano vivere in uno spazio immateriale, accessibile ovunque e in qualsiasi momento. In realtà, dietro questa apparente leggerezza esiste un'infrastruttura enorme e fisica: una rete globale di Data Center che consuma energia, acqua, territorio e risorse tecnologiche. Il Cloud, quindi, non è una nuvola. È un insieme di edifici pieni di server, sistemi di raffreddamento, batterie, generatori, impianti elettrici e collegamenti in fibra ottica. Una macchina industriale indispensabile per l'economia digitale, ma che sta diventando anche una fonte crescente di preoccupazioni. Il Cloud ha un luogo fisico Quando salviamo una fotografia online o utilizziamo un servizio di intelligenza artificiale, i dati non finiscono in uno spazio virtuale. Vengono elaborati e conservati all'interno di computer reali. I Data Center sono strutture progettate per funzionare ininterrottamente, 24 ore su 24 e 365 giorni all'anno. Al loro interno migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia, di server elaborano enormi quantità di informazioni. La continuità operativa è fondamentale. Un'interruzione di corrente o un guasto può provocare il blocco di servizi utilizzati contemporaneamente da milioni di persone. Per questo i grandi centri utilizzano sistemi ridondanti, alimentazioni elettriche multiple, batterie, gruppi di continuità e generatori di emergenza. La stessa infrastruttura che rende il digitale apparentemente sempre disponibile ha però un costo materiale considerevole. L'enorme consumo di energia Il primo motivo di preoccupazione riguarda l'energia. I server devono rimanere costantemente alimentati e, contemporaneamente, devono essere raffreddati. Più aumenta la potenza di calcolo richiesta, maggiore diventa il fabbisogno energetico. La crescita dell'intelligenza artificiale sta accentuando ulteriormente il problema. I sistemi di AI richiedono grandi quantità di potenza di calcolo, soprattutto durante l'addestramento dei modelli e nell'elaborazione delle richieste degli utenti. Non tutti i Data Center hanno naturalmente lo stesso impatto. Dipende dalla dimensione della struttura, dall'efficienza degli impianti, dal tipo di server utilizzati, dal sistema di raffreddamento e soprattutto dalla fonte dell'elettricità impiegata. Un Data Center alimentato prevalentemente da fonti rinnovabili avrà un'impronta climatica diversa da uno che utilizza energia prodotta da combustibili fossili. Ma anche l'elettricità rinnovabile non elimina automaticamente tutti gli altri impatti ambientali. Il problema dell'acqua Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda il raffreddamento. I server producono calore e devono essere mantenuti entro temperature operative precise. A seconda della tecnologia utilizzata, i Data Center possono impiegare sistemi ad aria, circuiti ad acqua o soluzioni ibride. Questo significa che in determinate condizioni una struttura informatica può avere bisogno di notevoli quantità di acqua per mantenere efficienti i propri sistemi di raffreddamento. Il problema diventa particolarmente delicato quando i Data Center vengono costruiti in aree dove le risorse idriche sono già limitate. La domanda da porsi, quindi, non è soltanto quanta energia consumi un'infrastruttura digitale, ma anche quali risorse utilizzi e dove. Data Center sempre più grandi La trasformazione digitale sta aumentando la domanda di capacità di calcolo. Cloud computing, streaming, videogiochi online, social network, servizi finanziari e soprattutto intelligenza artificiale richiedono infrastrutture sempre più potenti. Per soddisfare questa domanda vengono costruiti Data Center di dimensioni crescenti, spesso concentrati in aree strategiche dove è possibile ottenere energia, connettività e terreni adeguati. Questa concentrazione può creare nuove pressioni sulle reti elettriche locali. Un grande Data Center può infatti richiedere una quantità di energia paragonabile a quella utilizzata da una comunità di notevoli dimensioni. Quando più strutture vengono costruite nella stessa area, la domanda complessiva può diventare un fattore importante nella pianificazione energetica. È uno dei motivi per cui la corsa all'intelligenza artificiale non riguarda soltanto software e chip: riguarda anche centrali elettriche, reti di distribuzione, trasformatori, sistemi di raffreddamento e infrastrutture di telecomunicazione. Il territorio trasformato dall'economia digitale Un altro aspetto controverso è il consumo di suolo. Un Data Center non è semplicemente un grande edificio. Ha bisogno di sistemi elettrici, infrastrutture di rete, impianti di raffreddamento, strade, sicurezza e spesso strutture energetiche dedicate. La scelta della posizione diventa quindi strategica. Le aziende cercano aree con accesso a energia affidabile e conveniente, collegamenti ad alta capacità e condizioni favorevoli per il raffreddamento. In alcuni casi questo porta alla trasformazione di aree precedentemente agricole, industriali o periferiche. Il risultato è un paradosso: la tecnologia che permette di lavorare e comunicare senza spostarsi fisicamente può richiedere nuove infrastrutture fisiche e nuovi spazi. Il rumore che arriva dai server Esiste anche un problema più concreto per chi vive vicino a queste strutture: il rumore. Ventole, sistemi di raffreddamento, generatori e altre apparecchiature devono funzionare continuamente. Le emissioni acustiche possono diventare una fonte di disagio per le comunità circostanti, soprattutto quando gli impianti sono di grandi dimensioni e operano senza interruzione. A questo si aggiunge il rumore prodotto dai generatori e dalle attività di manutenzione. Non si tratta necessariamente di un problema insormontabile, perché progettazione, isolamento acustico e regolamentazione possono ridurre l'impatto. Tuttavia, è un ulteriore elemento che dimostra come l'infrastruttura digitale abbia conseguenze molto concrete sul territorio. La sicurezza: un'infrastruttura diventata strategica I Data Center non custodiscono soltanto fotografie personali o documenti aziendali. Al loro interno possono transitare o essere conservati dati finanziari, informazioni sanitarie, comunicazioni, archivi governativi e una parte significativa delle attività economiche contemporanee. Questo li rende obiettivi strategici. Un attacco informatico, un sabotaggio fisico, un'interruzione energetica o un grave guasto tecnico possono avere conseguenze che vanno ben oltre il singolo edificio. La crescente dipendenza dal Cloud introduce quindi una nuova vulnerabilità: concentrare enormi quantità di servizi e informazioni all'interno di infrastrutture altamente interconnesse aumenta l'efficienza, ma rende anche indispensabile proteggerle da una gamma sempre più ampia di minacce. La dipendenza dalle grandi piattaforme C'è poi una questione meno visibile, ma altrettanto importante: la concentrazione del potere tecnologico. Una parte significativa del Cloud mondiale è gestita da un numero relativamente ristretto di grandi operatori. Per aziende, pubbliche amministrazioni e sviluppatori, affidarsi a queste infrastrutture significa ottenere servizi scalabili e affidabili, ma anche diventare dipendenti dalle decisioni tecnologiche, economiche e contrattuali dei fornitori. Se un grande provider subisce un'interruzione, il problema può propagarsi rapidamente a migliaia di servizi apparentemente indipendenti. Il Cloud, dunque, aumenta la resilienza rispetto a molte infrastrutture locali, ma crea contemporaneamente nuove forme di dipendenza. La domanda che pone l'intelligenza artificiale L'arrivo dell'AI sta rendendo questa discussione ancora più urgente. Un motore di ricerca tradizionale, un servizio di streaming e un modello generativo non richiedono necessariamente la stessa quantità di calcolo. L'addestramento di modelli sempre più grandi e l'esecuzione di milioni di richieste quotidiane stanno spingendo le aziende tecnologiche verso infrastrutture specializzate e sempre più energivore. Il risultato è una nuova corsa alla capacità di calcolo. Non basta più costruire software migliori. Servono processori specializzati, memoria, reti ad alta velocità, sistemi di raffreddamento avanzati e una disponibilità energetica adeguata. La competizione nel settore dell'intelligenza artificiale sta quindi diventando anche una competizione per l'accesso all'energia e alle infrastrutture fisiche. Il Cloud non è necessariamente il nemico Dire che i Data Center fanno paura non significa considerarli automaticamente negativi. Il Cloud ha permesso di ridurre numerosi sprechi rispetto a un modello in cui ogni azienda avrebbe dovuto mantenere propri server, sistemi di backup e infrastrutture informatiche. La centralizzazione può consentire un utilizzo più efficiente delle risorse e facilitare la gestione di grandi quantità di dati. Inoltre, i moderni Data Center stanno adottando tecnologie più efficienti, fonti energetiche rinnovabili, sistemi avanzati di raffreddamento e soluzioni per recuperare il calore prodotto dai server. Il vero problema non è quindi l'esistenza dei Data Center, ma la velocità con cui la domanda digitale sta crescendo e il modo in cui questa crescita viene gestita. La vera sfida: rendere sostenibile l'invisibile Per anni abbiamo pensato a Internet come a qualcosa di immateriale. Un clic sembrava non avere peso, una fotografia caricata online sembrava non occupare spazio e una richiesta a un'intelligenza artificiale sembrava non richiedere altro che una connessione. Dietro ogni servizio digitale, però, esiste una catena fisica fatta di energia, metalli, semiconduttori, fibra ottica, edifici e sistemi industriali. Questa consapevolezza diventa particolarmente importante mentre il mondo aumenta la propria dipendenza dal Cloud. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto costruire Data Center più potenti, ma progettare un'infrastruttura digitale capace di crescere senza trasformare l'efficienza virtuale in un costo ambientale e sociale sempre più difficile da sostenere. Il Cloud continuerà probabilmente a essere uno dei pilastri della società digitale. Ma dietro quella nuvola apparentemente leggera esiste un mondo fatto di cemento, acciaio, elettricità, acqua e macchine. Ed è proprio questa la sua altra faccia: più la nostra vita diventa digitale, più abbiamo bisogno di infrastrutture fisiche capaci di sostenerla. 
Autore: Educazione Digitale 6 agosto 2026
Un modo per trasformare un profilo personale in uno spazio di ricordo digitale La presenza online di una persona non scompare necessariamente con la sua morte. Negli anni i social network sono diventati anche luoghi in cui conservare fotografie, messaggi, ricordi e momenti condivisi. Per questo motivo Facebook ha introdotto gli account commemorativi, una funzione pensata per trasformare il profilo di una persona deceduta in uno spazio dedicato al ricordo, evitando che venga eliminato automaticamente o utilizzato impropriamente. L’account commemorativo rappresenta una sorta di memoria digitale: permette ad amici e familiari di continuare a visitare il profilo, lasciare messaggi di ricordo e mantenere vivo il legame con la persona scomparsa, rispettando però la sua identità e la sua privacy. Che cos’è un account commemorativo di Facebook Un account commemorativo è un profilo Facebook trasformato dopo la morte del titolare. Quando Facebook riceve una segnalazione ufficiale del decesso e verifica le informazioni fornite, il profilo viene modificato con alcune caratteristiche specifiche. Accanto al nome della persona compare la dicitura “In memoria di”, che segnala agli altri utenti che si tratta di un profilo appartenuto a una persona deceduta. L’account non viene più considerato un normale profilo attivo e non può essere utilizzato per accedere alla piattaforma come faceva il proprietario originario. Il profilo rimane però visibile secondo le impostazioni sulla privacy scelte in precedenza dall’utente e può continuare a rappresentare un punto di incontro digitale per chi desidera ricordarlo. Cosa cambia dopo la trasformazione in account commemorativo Quando un profilo diventa commemorativo, Facebook applica una serie di limitazioni per proteggere la memoria e la sicurezza dell’utente. Tra i principali cambiamenti: nessuno può accedere all’account utilizzando la password della persona scomparsa; il profilo non appare più nei suggerimenti di amicizia; non vengono inviati promemoria di compleanno; non vengono pubblicati automaticamente nuovi contenuti; il nome del profilo viene contrassegnato come account commemorativo; alcune funzionalità vengono limitate per evitare utilizzi impropri. Gli amici e i familiari possono comunque continuare a visualizzare i contenuti già pubblicati, se erano autorizzati a farlo, e lasciare messaggi sulla bacheca del profilo. Il contatto erede: chi può gestire un account commemorativo Facebook offre la possibilità di scegliere un “contatto erede”, ovvero una persona incaricata di gestire alcuni aspetti del profilo dopo la trasformazione in account commemorativo. Il contatto erede non diventa proprietario dell’account e non può accedere ai messaggi privati o modificare completamente il profilo. Il suo ruolo è limitato ad alcune attività specifiche. Può, ad esempio: aggiornare l’immagine del profilo e quella di copertina; scrivere un post fissato nella parte superiore del profilo; rispondere alle nuove richieste di amicizia; modificare alcune informazioni relative agli eventi commemorativi; scaricare una copia dei contenuti condivisi dall’utente, se questa possibilità era stata autorizzata. La scelta del contatto erede può essere effettuata direttamente dalle impostazioni dell’account mentre la persona è ancora in vita. Come richiedere la trasformazione di un profilo in commemorativo La trasformazione di un profilo Facebook in account commemorativo non avviene automaticamente. Deve essere richiesta da una persona autorizzata o informata del decesso. Per effettuare la segnalazione è necessario fornire a Facebook alcune informazioni, tra cui: il nome della persona deceduta; il collegamento al suo profilo Facebook; la data del decesso; una documentazione che confermi la morte, come un certificato o un documento equivalente. Dopo la verifica, Facebook procede alla conversione del profilo. Cosa succede agli account senza contatto erede Se una persona muore senza aver indicato un contatto erede, il profilo può comunque essere trasformato in commemorativo. In questo caso nessuno potrà gestirlo attraverso gli strumenti messi a disposizione da Facebook. Il profilo resterà quindi come spazio di memoria, ma senza una persona incaricata di aggiornarne alcuni elementi. Gli utenti autorizzati potranno continuare a interagire con i contenuti disponibili secondo le impostazioni già presenti. Eliminazione definitiva dell’account dopo la morte Facebook permette anche di scegliere un’altra opzione: eliminare definitivamente il proprio account dopo la morte. Attraverso le impostazioni dell’account è possibile indicare che, in caso di decesso, il profilo non dovrà essere trasformato in commemorativo ma cancellato definitivamente. Questa scelta comporta la rimozione del profilo, delle fotografie, dei post e delle informazioni associate all’account. Una volta completata la procedura, il contenuto non sarà più recuperabile. Perché gli account commemorativi sono importanti nell’era digitale La gestione dell’identità digitale dopo la morte è diventata una questione sempre più rilevante. Ogni giorno milioni di persone condividono online fotografie, pensieri, relazioni e momenti personali, creando una vera e propria memoria digitale. Gli account commemorativi rispondono alla necessità di trovare un equilibrio tra due esigenze: rispettare la privacy e la sicurezza della persona scomparsa; consentire a familiari e amici di conservare un luogo virtuale dove ricordarla. Il tema riguarda non solo Facebook, ma l’intero ecosistema digitale. Anche altri servizi online hanno sviluppato strumenti simili per gestire gli account degli utenti deceduti, dimostrando come la vita digitale sia ormai parte integrante della memoria personale e collettiva. La nuova frontiera dell’eredità digitale Gli account commemorativi rappresentano un esempio concreto di come la tecnologia stia modificando il concetto tradizionale di eredità. Oltre ai beni materiali, oggi esiste anche un patrimonio digitale composto da fotografie, conversazioni, documenti e contenuti personali. Gestire questo patrimonio richiede consapevolezza: scegliere in anticipo cosa deve accadere al proprio profilo dopo la morte permette di lasciare indicazioni chiare e ridurre difficoltà per familiari e amici.  In un mondo sempre più connesso, anche il ricordo passa attraverso strumenti digitali. Gli account commemorativi di Facebook sono diventati uno dei modi attraverso cui la tecnologia cerca di preservare la memoria delle persone, trasformando un semplice profilo social in uno spazio dedicato al ricordo e alla continuità del legame umano.
Autore: News 5 agosto 2026
Una nuova funzione semplifica le comunicazioni nelle chat di gruppo, consentendo di richiamare contemporaneamente l'attenzione di tutti i partecipanti. Le chat di gruppo di WhatsApp stanno per diventare ancora più pratiche grazie a una nuova funzionalità pensata per facilitare le comunicazioni importanti. L'app di messaggistica di Meta sta infatti lavorando all'introduzione della menzione "@tutti", un'opzione che permetterà di notificare contemporaneamente tutti i membri di un gruppo con un solo comando. Attualmente, chi desidera richiamare l'attenzione di più persone deve menzionare ogni partecipante singolarmente oppure affidarsi a un normale messaggio, con il rischio che venga ignorato, soprattutto nelle conversazioni più affollate. Con la nuova funzione, invece, sarà sufficiente digitare il simbolo "@" e selezionare la voce "tutti" per inviare una notifica collettiva. La novità è stata individuata nelle versioni di sviluppo di WhatsApp per Android e, almeno nella fase iniziale, sarà disponibile principalmente nei gruppi con un numero limitato di partecipanti. Questa scelta dovrebbe evitare un utilizzo eccessivo della funzione nelle community molto numerose, dove notificare centinaia di utenti contemporaneamente potrebbe risultare invasivo. L'obiettivo è rendere più semplice la gestione di comunicazioni rilevanti, come modifiche a un appuntamento, avvisi urgenti o informazioni che tutti i membri devono leggere tempestivamente. Il sistema si ispira a funzionalità già presenti su altre piattaforme di collaborazione e messaggistica, ma viene adattato alle esigenze dei gruppi WhatsApp. Come accade per molte novità dell'app, anche questa funzione sarà distribuita gradualmente. Dopo il periodo di test nelle versioni beta, Meta potrà estenderne la disponibilità a tutti gli utenti attraverso un aggiornamento stabile, apportando eventuali modifiche sulla base dei feedback raccolti. 
Autore: News 5 agosto 2026
Negli ultimi mesi si sta diffondendo una nuova variante di phishing che fa leva su una delle emozioni più potenti: la paura. Tutto inizia con un'email apparentemente inquietante, nella quale il mittente sostiene di conoscere i siti web visitati dal destinatario e di aver compromesso il suo computer attraverso un malware installato durante la navigazione. Il messaggio prosegue raccontando uno scenario allarmante: il dispositivo sarebbe stato infettato, la webcam attivata a distanza e dati personali, immagini o video privati sarebbero stati raccolti senza che la vittima se ne accorgesse. Per evitare la diffusione di questo presunto materiale, viene richiesto il pagamento di una somma in criptovalute entro un tempo prestabilito. In realtà si tratta di un classico tentativo di estorsione informatica. Nella maggior parte dei casi i truffatori non possiedono alcuna prova compromettente e non hanno realmente preso il controllo del computer. L'obiettivo è esclusivamente quello di spaventare il destinatario, inducendolo a pagare senza verificare la veridicità delle accuse. Talvolta le email includono vecchie password trafugate in precedenti violazioni di dati per rendere il messaggio più credibile, ma ciò non significa che il dispositivo sia stato violato in quel momento. Per difendersi è fondamentale mantenere la calma, non rispondere all'email, non effettuare alcun pagamento e non cliccare su eventuali collegamenti presenti nel messaggio. È consigliabile verificare se le proprie credenziali siano state coinvolte in violazioni passate, modificare le password eventualmente compromesse, attivare l'autenticazione a due fattori e mantenere aggiornati sistema operativo e software di sicurezza. Questa truffa dimostra come il phishing moderno non faccia affidamento solo su link fraudolenti o siti falsi, ma utilizzi sempre più spesso sofisticate tecniche di ingegneria sociale per manipolare le emozioni delle vittime e ottenere denaro o informazioni sensibili. 
Autore: News 4 agosto 2026
Da agosto 2026 prende ufficialmente il via una nuova fase dell'AI Act, il regolamento europeo che disciplina l'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Entrano infatti in vigore gli obblighi di trasparenza destinati a rendere più chiaro quando un contenuto o un'interazione sono generati dall'IA, con l'obiettivo di contrastare inganni, manipolazioni e diffusione di informazioni fuorvianti. Tra le principali novità figurano i chatbot, che dovranno informare esplicitamente gli utenti di essere sistemi automatizzati e non interlocutori umani. La stessa logica si applica ai servizi basati sull'intelligenza artificiale che producono testi, immagini, audio o video destinati al pubblico. Un capitolo particolarmente importante riguarda i deepfake. I contenuti audiovisivi creati o modificati dall'intelligenza artificiale in modo realistico dovranno essere chiaramente identificabili attraverso apposite etichette. Inoltre, i fornitori di questi sistemi saranno chiamati a integrare strumenti tecnici, come marcatori leggibili automaticamente, che consentano di riconoscere l'origine artificiale dei contenuti. Le nuove disposizioni coinvolgono sia le aziende che sviluppano modelli di IA sia le organizzazioni che li utilizzano nei propri servizi. Restano previste alcune eccezioni per contenuti artistici, satirici o destinati all'uso personale, purché non vengano impiegati per ingannare il pubblico. L'Unione Europea punta così a rafforzare la fiducia nell'ecosistema digitale, favorendo un utilizzo più responsabile dell'intelligenza artificiale senza ostacolare l'innovazione. Per chi non rispetterà gli obblighi previsti dal regolamento sono previste sanzioni economiche che possono raggiungere importi molto elevati, proporzionati alla gravità delle violazioni e al fatturato delle imprese coinvolte. 
Autore: News 3 agosto 2026
A partire dal 3 agosto 2026, la carta d'identità cartacea non potrà più essere utilizzata per viaggiare all'estero, anche se la data di scadenza indicata sul documento è ancora lontana. La modifica deriva dall'applicazione delle norme europee che impongono standard di sicurezza più elevati per i documenti di identità, favorendo il passaggio definitivo alla Carta d'Identità Elettronica (CIE). La novità riguarda milioni di cittadini che conservano ancora il vecchio documento cartaceo. Chi intende recarsi in un Paese dell'Unione Europea o in altri Stati che accettano la carta d'identità come documento di viaggio dovrà essere in possesso della CIE oppure di un passaporto valido. Presentarsi ai controlli con la sola carta cartacea potrebbe comportare l'impossibilità di partire. Per evitare disagi, il Ministero dell'Interno invita a richiedere con anticipo la Carta d'Identità Elettronica presso il Comune di residenza. La sostituzione può essere effettuata anche se il documento cartaceo non è ancora scaduto e non viene considerata un duplicato, evitando così costi aggiuntivi previsti per altri tipi di rinnovo. La CIE offre inoltre maggiori garanzie contro le contraffazioni grazie al microchip integrato e agli standard di sicurezza comuni adottati dall'Unione Europea. Considerando il prevedibile aumento delle richieste nel periodo estivo, le amministrazioni consigliano di prenotare l'appuntamento con largo anticipo per evitare attese e ritardi. Per chi ha in programma una vacanza o un viaggio di lavoro all'estero, verificare il tipo di documento posseduto diventa quindi un controllo essenziale da effettuare prima della partenza. 
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