Minacce OnLine: Cos'è il SIM Swapping?


In un attacco SIM swapping un hacker può, con diversi metodi, prendere il controllo del numero di telefono della vittima e da qui riuscire ad effettuare alcune operazioni come ad esempio chiedere il reset di password di utenze o ancora ricevere il codice di autenticazione a due fattori di determinati servizi web.


Con i termini di SIM swapping (ma anche SIM port o SIM splitting, a seconda delle sfumature) si intende un attacco che si basa sulla - semplifichiamo - clonazione di una scheda SIM eseguita da un individuo non autorizzato su un altro dispositivo o su un'altra SIM controllata dall'attaccante stesso. Per concretizzare e semplificare il concetto è come se si andasse a compiere un'operazione di number portability eseguita fuori dai canali leciti ed ufficiali. Ora, in generale gli operatori dovrebbero seguire regole e procedure ben precise per verificare la corretta identità di chi stia richiedendo la portabilità di un numero. Ma quando ciò non avviene, o per negligenza, o per particolare abilità dell'attaccante nel mettere mano alle più sofisticate ed efficaci tecniche di ingegneria sociale, le conseguenze possono essere spiacevoli. Quando un attaccante ha la possibilità di prendere il controllo del numero di telefono della vittima, allora riuscirà a controllare anche gli eventuali codici di recupero account inviati tramite SMS quando si usano meccanismi di autenticazione a due fattori: da qui basta riuscire a resettare la password di un singolo account email per entrare nella vita digitale di una persona.


Come spesso accade, per provare a ragionare sul modo in cui si possa adottare un comportamento più consapevole quando si parla della sicurezza della presenza online, è bene considerare un approccio rigoroso, iniziando a stendere, ad esempio, un profilo di rischio che tenga conto degli asset o delle informazioni che vogliamo proteggere e capire quali siano da un lato i loro punti deboli, dall'altro le potenziali minacce ad essi rivolte per eliminare i primi e prevenire le seconde.


Più in generale può essere una giusta cautela quella di ridurre la propria impronta online, condividendo solamente quelle informazioni essenziali per il funzionamento di servizi a cui siamo iscritti ed evitando di mettere in mostra dati e informazioni non necessari, ma che se venissero opportunamente catalogati e incrociati potrebbero consentire a terzi di sfruttare la nostra identità. Un'altra buona pratica può essere quella di utilizzare un'email da tenere strettamente privata e utilizzare per gli account che riteniamo essere importanti e preziosi. E, come insegnano queste vicende, considerare con attenzione l'impiego dei meccanismi di autenticazione a due fattori: se sono basati su un numero di telefono possono non essere poi così a prova di bomba...e allora meglio, ove possibile, scegliere una soluzione basata su un token hardware, cioè un elemento fisico che deve essere in nostro possesso.


La sicurezza informatica, o più in generale la sicurezza della propria presenza online, è un processo che richiede attenzione e scrupolosità. E, come tutti i processi di questo tipo, mostra il fianco all'innata pigrizia dell'essere umano. Torniamo quindi a condividere un concetto spesso sottolineato, e cioè di quanto proprio l'innata pigrizia dell'essere umano sia la radice da cui spesso parte la scelta di imboccare una strada più semplice ma meno sicura.


© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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Autore: by Antonello Camilotto 26 gennaio 2026
Nel panorama digitale contemporaneo, i social network sono diventati il terreno di scontro fra due strategie opposte: catturare l’attenzione immediata o costruire una relazione di fiducia duratura. Le aziende e i professionisti che comunicano online si trovano di fronte a un bivio che può determinare il successo o il fallimento della loro presenza digitale. Da un lato c’è la corsa al “colpo d’occhio”. Contenuti brevi, impattanti e spesso sensazionalistici diventano leva per conquistare like e condivisioni. Funzionano? Sì, perché intercettano l’utente nel flusso frenetico della sua navigazione. Ma il rovescio della medaglia è evidente: l’attenzione è effimera, e il rapporto con il pubblico, superficiale. Dall’altro lato, c’è la strategia più lenta ma solida: creare fiducia. Significa produrre contenuti utili, coerenti e autentici. Non sempre premiati dagli algoritmi, ma capaci di generare un legame reale. Chi sceglie questa via rinuncia a parte della visibilità immediata per conquistare credibilità nel lungo periodo. La vera sfida per brand, creatori di contenuti e professionisti è capire quale delle due strade sia più coerente con i propri obiettivi. Per emergere nei social non basta essere visti: occorre essere ricordati. E questo, spesso, dipende meno dalla spettacolarità e più dalla qualità della relazione che si costruisce giorno dopo giorno. 
Autore: by Antonello Camilotto 16 gennaio 2026
Negli ultimi mesi un’app dal nome tanto inquietante quanto curioso sta attirando l’attenzione di milioni di utenti: si chiama “Are You Dead?” e sta rapidamente scalando le classifiche dei download in Cina, per poi diffondersi anche nel resto del mondo. Dietro a un titolo che sembra uscito da un film horror, si nasconde in realtà un’idea semplice, ironica e perfettamente in linea con le nuove abitudini digitali. “Are You Dead?” è un’app che invita gli utenti a confermare periodicamente di essere ancora “vivi”, nel senso più quotidiano e digitale del termine. Attraverso notifiche programmate, l’app chiede una risposta entro un certo intervallo di tempo: se l’utente non risponde, il sistema interpreta il silenzio come un’assenza prolungata e attiva una serie di azioni preimpostate, che possono andare dall’invio di messaggi ai contatti selezionati fino alla condivisione di avvisi sui social o via email. Nata inizialmente come strumento sperimentale, l’app ha trovato terreno fertile soprattutto tra i giovani cinesi, sempre più sensibili ai temi del benessere mentale, della sicurezza personale e della gestione della propria presenza online. In un contesto in cui la vita digitale corre veloce quanto quella reale, “Are You Dead?” viene percepita come un modo originale per rassicurare amici e familiari, ma anche come una riflessione indiretta sull’iperconnessione e sull’ansia da reperibilità costante. Il successo globale dell’app è legato anche alla sua diffusione sui social network, dove video e post ironici ne hanno amplificato la popolarità. Molti utenti la utilizzano in chiave scherzosa, come promemoria della propria attività quotidiana, mentre altri ne apprezzano la funzione più seria, legata alla sicurezza e alla possibilità di segnalare situazioni di emergenza. A contribuire alla viralità è anche il linguaggio diretto e provocatorio del nome, capace di catturare immediatamente l’attenzione in un mercato affollato di applicazioni simili. “Are You Dead?” gioca sul confine tra umorismo nero e utilità pratica, riuscendo a trasformare una domanda scomoda in un’esperienza digitale condivisa. In un’epoca in cui la tecnologia tende a monitorare ogni aspetto della vita quotidiana, il successo di “Are You Dead?” racconta molto del rapporto contemporaneo con lo smartphone: uno strumento che non serve più solo a comunicare, ma anche a certificare la nostra presenza, il nostro stato e, in fondo, la nostra esistenza online. 
Autore: by Antonello Camilotto 11 dicembre 2025
La chiocciola, oggi onnipresente negli indirizzi di posta elettronica, non è affatto un’invenzione moderna né tantomeno un simbolo nato con l’informatica. La sua storia affonda le radici in un passato sorprendente, in cui l’uso del carattere era completamente diverso da quello che conosciamo. Prima di diventare l’elemento distintivo delle email, il simbolo era impiegato in contesti commerciali e contabili. In documenti antichi, soprattutto di area anglosassone, veniva utilizzato come abbreviazione per indicare una tariffa o un prezzo unitario, con il significato di “al costo di”. Questa funzione pratica permetteva ai mercanti di annotare più velocemente quantità e valori nelle proprie registrazioni. Altre tradizioni attribuiscono alla chiocciola un ruolo nelle trascrizioni medievali: alcuni amanuensi europei l’avrebbero utilizzata come variante grafica della preposizione latina “ad”, che esprimeva un moto a luogo o un rapporto tra quantità. La forma arrotondata e avvolgente che conosciamo oggi potrebbe essersi evoluta proprio da tali abbreviazioni, frutto dello stile di scrittura del tempo. Fu solo negli anni Settanta del Novecento che la chiocciola venne scelta dal programmatore Ray Tomlinson come simbolo ideale per distinguere il nome dell’utente dal dominio all’interno del primo sistema di posta elettronica della storia. Un carattere poco utilizzato, privo di significati ambigui e presente nelle tastiere: le ragioni pratiche del suo impiego finirono per trasformarlo nella vera e propria icona del mondo digitale. Oggi la chiocciola è molto più di un semplice segno grafico: rappresenta comunicazione, connessione e presenza online. Eppure, dietro la sua apparente modernità, si nasconde un lungo percorso storico che attraversa mercati, manoscritti e rivoluzioni tecnologiche. 
Autore: by Antonello Camilotto 11 dicembre 2025
Nel corso degli ultimi anni la Chiesa si è trovata immersa in un contesto profondamente trasformato dalla rivoluzione digitale. Social network, piattaforme di streaming, intelligenza artificiale e nuovi linguaggi comunicativi hanno modificato non solo il modo in cui si diffondono informazioni e opinioni, ma anche le modalità con cui le istituzioni religiose possono dialogare con fedeli e non credenti. Il processo di digitalizzazione, accelerato dalla pandemia, ha costretto molte diocesi ad adottare strumenti fino a poco prima considerati marginali: messe trasmesse in diretta, catechesi via webinar, incontri parrocchiali su piattaforme online. Sebbene inizialmente tutto ciò sia sembrato un ripiego, l’esperienza ha invece mostrato un potenziale inatteso. Il digitale può diventare un ponte, un luogo di incontro che supera distanze geografiche e barriere sociali. Non mancano tuttavia le sfide. La comunicazione online richiede nuovi codici: immediatezza, sintesi, capacità di intercettare dinamiche spesso lontane dal linguaggio tradizionale ecclesiale. La presenza della Chiesa nei social deve dunque confrontarsi con il rischio della superficialità, delle polarizzazioni e della diffusione di informazioni non verificate. In questo contesto, la credibilità diventa un elemento essenziale: un messaggio evangelico tradotto in forme moderne non può prescindere da una testimonianza coerente. Accanto alle difficoltà emergono anche nuove opportunità pastorali. Le piattaforme digitali aprono spazi di ascolto particolarmente preziosi per chi vive ai margini della comunità o fatica ad avvicinarsi alle istituzioni religiose. Gruppi di preghiera online, percorsi formativi multimediali, progetti missionari sui social diventano strumenti capaci di raggiungere pubblici che in passato rimanevano invisibili. La domanda che si pone oggi non è più se la Chiesa debba abitare l’ambiente digitale, ma come farlo in modo responsabile, creativo e fedele alla propria identità. La sfida consiste nel trasformare il web da semplice canale di comunicazione in uno spazio reale di relazione, dialogo e annuncio. Una sfida che, sempre più, rappresenta uno dei fronti decisivi per il futuro della comunità cristiana. 
Autore: by Antonello Camilotto 11 dicembre 2025
Quando oggi pensiamo alla messaggistica istantanea, ci vengono in mente WhatsApp, Telegram, Messenger o Signal. Ma l’idea di comunicare in tempo reale tramite una rete di computer è molto più antica di quanto si possa immaginare. Prima degli smartphone, prima di Internet, e persino prima dei PC come li conosciamo oggi, qualcuno aveva già inventato la chat istantanea. Era il 1973. E quello strumento si chiamava Talkomatic. Le origini: PLATO e la nascita di un’idea rivoluzionaria Talkomatic nasce all’interno del progetto PLATO (Programmed Logic for Automatic Teaching Operations), un sistema educativo computerizzato sviluppato presso l’Università dell’Illinois. PLATO è ricordato per molte innovazioni pionieristiche: display al plasma, giochi multiplayer, forum, email e, appunto, la chat in tempo reale. Nel 1973 gli sviluppatori Doug Brown e David R. Woolley crearono Talkomatic, una piattaforma di comunicazione dove più utenti potevano entrare in "canali" tematici e digitare messaggi che comparivano sullo schermo degli altri lettera per lettera, in tempo reale. A differenza delle chat moderne, dove il messaggio viene inviato solo quando si preme “Invio”, con Talkomatic gli utenti vedevano ciò che gli altri scrivevano istantaneamente, carattere dopo carattere. Un’esperienza di comunicazione sorprendentemente “dal vivo”, quasi paragonabile a una conversazione vocale. Un successo inatteso In poco tempo Talkomatic divenne una delle funzioni più popolari dell’intero sistema PLATO. Venne usato dagli studenti, dagli insegnanti e persino dai tecnici che lavoravano sui server. Nonostante le limitazioni tecnologiche dell’epoca — computer costosissimi, accesso remoto tramite linee telefoniche lente — il bisogno umano di comunicare in modo immediato trovò spazio in questa innovazione. La lenta scomparsa e la rinascita Con la fine del progetto PLATO e l’arrivo dei nuovi sistemi informatici, Talkomatic scomparve gradualmente. Ma la sua eredità continuò a vivere, influenzando le prime chat IRC, i messenger degli anni ’90 e, più in generale, l’intero concetto di messaggistica istantanea moderna. Nel 2014, uno dei suoi creatori, David R. Woolley, decise di riportarlo in vita online, ricreando una versione accessibile via web basata sul funzionamento originale: stanze di chat pubbliche, messaggi che scorrono lettera per lettera, interfaccia minimalista e un sapore fortemente retro. Perché oggi ha ancora un fascino particolare Oggi Talkomatic sopravvive come una sorta di museo vivente di Internet. È un pezzo di storia interattiva, che permette di fare un salto nel passato e provare cosa significasse comunicare ai primissimi giorni delle reti digitali. Il fascino di Talkomatic risiede proprio nella sua semplicità: nessuna criptazione o sticker animati; nessuna registrazione o profilo; solo utenti che digitano e vedono digitare gli altri. È un’esperienza che, paradossalmente, appare più “umana” di molte forme di comunicazione moderne. Un’eredità che continua Parlare di Talkomatic significa raccontare la nascita di una delle funzioni più utilizzate al mondo: la chat. Oggi decine di miliardi di messaggi vengono scambiati ogni giorno, ma tutto è iniziato da un esperimento universitario, un terminale al plasma e la visione di due programmatori.  A 52 anni dalla sua creazione, Talkomatic non è solo un cimelio tecnologico: è un promemoria di quanto la necessità di comunicare sia alla base di ogni evoluzione digitale.
Autore: by Antonello Camilotto 11 dicembre 2025
Quando oggi parliamo di chatbot, assistenti virtuali e intelligenze artificiali conversazionali, è facile dimenticare che tutto ebbe inizio negli anni Sessanta, ben prima dell’era dei computer personali e di Internet. In quell’epoca pionieristica nacque ELIZA, considerata il primo chatbot della storia: un software sorprendentemente moderno per il suo tempo, capace di simulare una conversazione con un essere umano. Le origini: Joseph Weizenbaum e il MIT ELIZA fu sviluppata nel 1966 da Joseph Weizenbaum, informatico e ricercatore del MIT. Il suo obiettivo iniziale non era creare un sistema intelligente, bensì dimostrare quanto potesse essere ingannevolmente semplice simulare la comprensione linguistica tramite un insieme di regole. Il programma analizzava il testo inserito dall’utente e cercava determinate parole chiave. In base a queste, sceglieva una risposta costruita secondo schemi predefiniti. Non “capiva” realmente ciò che veniva detto, ma imitava abilmente uno stile conversazionale coerente. Il celebre script: DOCTOR Tra i vari script che Weizenbaum implementò, il più famoso fu DOCTOR, una simulazione di uno psicoterapeuta rogersiano. Questo approccio psicologico, basato sull’ascolto attivo e sulla riformulazione delle frasi del paziente, si prestava perfettamente alla logica del programma. Esempio tipico: Utente: "Sono triste perché litigo spesso con mia madre." ELIZA: "Mi parli di sua madre." La forza di DOCTOR stava proprio nel restituire all’utente le sue parole, ponendole in forma di domanda. Una tecnica semplice, ma capace di creare l’illusione di un dialogo empatico. La reazione delle persone Weizenbaum rimase lui stesso sorpreso dalla reazione che ELIZA suscitò. Molti utenti, pur sapendo che si trattava di un programma, tendevano a instaurare un rapporto emotivo con esso. Alcuni suoi colleghi arrivarono a chiedergli di lasciare la stanza per parlare con ELIZA “in privato”. Questa risposta emotiva spinse Weizenbaum a riflettere profondamente sui rischi psicologici e sociali dell’affidarsi alle macchine per conversazioni sensibili, ponendo le basi per un dibattito etico ancora attuale. Perché ELIZA è ancora importante Sebbene elementare rispetto ai sistemi moderni, ELIZA rappresenta una pietra miliare per diversi motivi: È il primo esempio di elaborazione del linguaggio naturale applicato a una conversazione. Ha mostrato come la forma del linguaggio possa creare illusione di comprensione, anche senza intelligenza reale. Ha inaugurato il filone dei dialog systems, precursori dei chatbot contemporanei. Ha sollevato domande etiche fondamentali sulla relazione uomo-macchina. L’eredità di ELIZA Oggi assistenti come ChatGPT, Alexa o Siri usano tecniche immensamente più avanzate, ma il principio che ELIZA introdusse — la possibilità di interagire con una macchina attraverso il linguaggio naturale — resta centrale. ELIZA rimane un simbolo dell’inizio di un percorso che continua a trasformare il nostro rapporto con la tecnologia. In un’epoca in cui i chatbot partecipano a conversazioni complesse, generano testi e persino emozioni, ricordare ELIZA significa riconoscere il punto di partenza di una delle rivoluzioni più affascinanti della storia dell’informatica.
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