by Antonello Camilotto

Cambio password ogni 90 giorni: una necessità di sicurezza o un'illusione?

Una delle raccomandazioni più comuni che ci viene data è quella di cambiare le password regolarmente, solitamente ogni 90 giorni. L'idea dietro a questa pratica è semplice: se una password è compromessa, cambiarla a intervalli regolari dovrebbe ridurre il rischio di accessi non autorizzati. Ma questa misura è veramente efficace o si tratta solo di un'illusione di sicurezza?


La logica dietro il cambio frequente delle password


Il concetto di cambiare le password ogni 90 giorni nasce con l'intento di limitare i danni in caso di attacco informatico. Se un hacker riesce a scoprire una password, il tempo che intercorre prima che la password venga cambiata è limitato, riducendo le possibilità che la violazione possa essere sfruttata per un lungo periodo. Inoltre, cambia la "routine" degli utenti, rendendo più difficile per i cybercriminali sfruttare le informazioni compromesse.


Problemi legati al cambio frequente delle password


Nonostante la sua apparente efficacia, la pratica del cambio forzato delle password ha suscitato diverse critiche negli ultimi anni. Ecco alcune delle principali problematiche:


  • Complessità crescente delle password
    Quando si è costretti a cambiare frequentemente la propria password, molti utenti tendono a scegliere password più semplici e facili da ricordare, rendendo più probabile che queste vengano compromesse. Inoltre, per non dimenticare le nuove combinazioni, si può essere tentati di scrivere le password o usare la stessa combinazione per più account, aumentando così il rischio di attacchi a catena.
  • Impatto sulla produttività
    Il cambio continuo delle password può creare frustrazione tra gli utenti. Molti lavoratori, ad esempio, devono gestire una molteplicità di credenziali per differenti applicazioni e servizi, il che può rallentare le attività quotidiane e causare errori umani, come la scrittura di password sbagliate o la perdita di accesso a sistemi cruciali.
  • Effetto placebo sulla sicurezza
    L'idea che il cambio regolare delle password sia una panacea per la sicurezza informatica può portare a una falsa sensazione di protezione. In realtà, la sicurezza di un sistema dipende da molti altri fattori, come la gestione delle credenziali, la protezione contro il phishing, l'uso di autenticazione multifattore (MFA) e la protezione da vulnerabilità nei software. Il cambio delle password non risolve questi problemi fondamentali.
  • Password compromesse prima del cambio
    Se una password è stata compromessa, il cambiamento ogni 90 giorni non garantisce che l'attaccante non abbia già sfruttato l'accesso durante il periodo in cui la password era valida. Il danno potrebbe essere stato fatto prima che l'utente avesse la possibilità di cambiarla.


Alternative al cambio regolare delle password


Con l'evoluzione delle minacce informatiche, molte organizzazioni e esperti di sicurezza stanno rivedendo l'efficacia del cambio periodico delle password. Tra le alternative più promettenti ci sono:


  • Autenticazione multifattore (MFA)
    L'adozione dell'autenticazione a più fattori è una delle soluzioni più sicure. La MFA aggiunge uno strato di protezione extra, richiedendo non solo la password, ma anche un altro fattore di autenticazione (ad esempio, un codice inviato via SMS o generato da un'app di autenticazione). Questo rende molto più difficile per gli hacker accedere agli account anche se hanno la password corretta.
  • Gestori di password
    Utilizzare un gestore di password per creare e conservare password complesse e uniche per ogni account può ridurre significativamente il rischio di attacchi. Questi strumenti permettono agli utenti di gestire in sicurezza le loro credenziali senza doverle ricordare tutte, e senza doversi affidare a password deboli o facilmente indovinabili.
  • Monitoraggio e gestione attiva degli accessi
    Un'altra strategia utile consiste nel monitorare costantemente gli accessi a sistemi e account, utilizzando strumenti di rilevamento delle anomalie per identificare attività sospette. In questo modo, anche se una password viene compromessa, gli amministratori possono intervenire rapidamente per bloccare l'accesso non autorizzato.
  • Educazione degli utenti
    La formazione continua degli utenti sulle best practice in tema di sicurezza, come il riconoscimento delle email di phishing e l'adozione di password forti, è una delle misure più efficaci per ridurre i rischi. Gli utenti consapevoli sono meno inclini a cadere in trappole di social engineering e sono più in grado di adottare abitudini sicure.


Il cambio regolare delle password ogni 90 giorni non è più considerato da molti esperti di sicurezza come una misura sufficiente per proteggere adeguatamente gli utenti e le organizzazioni. Sebbene possa avere un ruolo limitato in alcuni contesti, da solo non è sufficiente a proteggere gli account da minacce sofisticate.


È essenziale adottare un approccio più completo alla sicurezza, che includa l'autenticazione multifattore, l'uso di password forti e un monitoraggio costante degli accessi. Solo così si può garantire una protezione adeguata contro le minacce informatiche sempre più avanzate.


© 𝗯𝘆 𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗼𝘁𝘁𝗼

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Autore: News 1 settembre 2026
Instagram introduce una nuova misura per aumentare la trasparenza sui contenuti generati dall’intelligenza artificiale. La piattaforma sta infatti sostituendo l’attuale indicazione “Creator AI” con la più esplicita dicitura “Profilo generato dall’IA”, destinata agli account nei quali la persona rappresentata è interamente creata attraverso strumenti di intelligenza artificiale. La novità nasce anche dalle segnalazioni degli utenti, sempre più spesso alle prese con profili che sembrano appartenere a persone reali, ma che in realtà mostrano volti e identità artificiali. L’obiettivo di Instagram è rendere immediatamente riconoscibile questa differenza, senza considerare come “profilo generato dall’IA” un normale account gestito da un creator che utilizza strumenti di intelligenza artificiale soltanto nel processo di produzione dei contenuti. La piattaforma annuncia inoltre conseguenze per gli account che dovrebbero essere contrassegnati ma non riportano l'etichetta. Questi profili potrebbero infatti essere esclusi dalle raccomandazioni destinate agli utenti che non li seguono, con una conseguente riduzione della visibilità nelle sezioni come Reels ed Esplora. Instagram prevede comunque la possibilità per i titolari degli account di aggiungere autonomamente l'indicazione richiesta oppure contestare la decisione attraverso la sezione “Stato dell’account”. La nuova politica rappresenta un ulteriore passo verso una maggiore chiarezza nell'ecosistema dei social, dove la crescente qualità delle immagini e dei personaggi creati dall'IA rende sempre più difficile distinguere una presenza digitale autentica da una costruita artificialmente. 
Autore: Educazione Digitale 1 settembre 2026
Le truffe “phantom”, o truffe del falso hacker, sfruttano paura e urgenza per spingere le vittime a consegnare volontariamente denaro e accessi ai criminali. L’attacco che non esiste Non serve violare direttamente un computer o un conto bancario per rubare denaro. A volte è sufficiente convincere la vittima che qualcuno lo abbia già fatto. È questa la logica alla base delle cosiddette phantom scams, una forma di frode sempre più sofisticata nella quale i criminali costruiscono una situazione di emergenza completamente falsa e portano la persona a compiere autonomamente le operazioni necessarie al furto. Il meccanismo combina spesso telefonate, messaggi, falsi avvisi tecnici e impersonificazione di istituti bancari o autorità pubbliche. L'obiettivo è creare un clima di panico nel quale la vittima non abbia il tempo di verificare ciò che sta accadendo. Il copione della truffa Il raggiro può iniziare con un semplice pop-up che segnala un presunto virus, con un messaggio o con una telefonata di un inesistente servizio di assistenza tecnica. Alla vittima viene indicato un numero da contattare e, durante la conversazione, può essere chiesto di installare un programma per il controllo remoto del computer. Da quel momento i truffatori possono osservare le attività dell'utente e raccogliere informazioni utili per il passaggio successivo. A seguire arriva spesso una seconda telefonata. Questa volta l'interlocutore sostiene di essere un operatore della banca e avverte che il conto sarebbe stato preso di mira da criminali. Anche il numero visualizzato sul telefono può essere manipolato per sembrare autentico. La vittima viene quindi invitata ad accedere al proprio conto e a verificare immediatamente la situazione. In realtà, chi controlla il dispositivo può osservare le operazioni e sfruttare le informazioni ottenute. L'ultima fase può coinvolgere un presunto funzionario delle forze dell'ordine o di un'agenzia governativa. Con un tono autorevole, l'impostore ordina di trasferire i risparmi verso un conto “sicuro”, oppure di convertirli in criptovalute o acquistare oro. Naturalmente, quel conto sicuro appartiene ai truffatori. In altre varianti viene richiesta l'installazione di un'applicazione apparentemente destinata a facilitare un trasferimento. Il software può invece fornire ai criminali l'accesso necessario per sottrarre direttamente il denaro.  Il punto centrale della tecnica è sempre lo stesso: non lasciare alla vittima il tempo di ragionare. La paura come strumento di attacco Le phantom scams dimostrano come il fattore umano continui a rappresentare uno degli elementi più vulnerabili della sicurezza digitale. L'intelligenza artificiale, il social engineering, i servizi bancari online e gli strumenti per il controllo remoto hanno reso questi raggiri più credibili e articolati. La tecnologia, in questo caso, non viene necessariamente utilizzata per violare un sistema informatico: serve soprattutto a costruire una storia abbastanza convincente da indurre la vittima a collaborare inconsapevolmente con il proprio truffatore. Per questo la prima regola di difesa è interrompere la comunicazione quando arriva una richiesta inattesa relativa a problemi del computer o del conto bancario. Nessuna persona contattata legittimamente dovrebbe chiedere di installare software di accesso remoto, trasferire i risparmi su un altro conto oppure acquistare criptovalute e oro per “metterli al sicuro”. In caso di dubbio, il contatto con la banca deve avvenire autonomamente, utilizzando esclusivamente i recapiti ufficiali. Il fenomeno dei debiti fantasma L'articolo distingue inoltre le phantom scams dal cosiddetto “zombie debt”, un'altra forma di frode basata sulla paura. In questo caso la vittima viene accusata di avere un debito inesistente, già pagato, cancellato o non più esigibile. I truffatori possono fingersi società di recupero crediti e utilizzare minacce, linguaggio legale e perfino falsi riferimenti a possibili conseguenze penali per ottenere un pagamento immediato. Anche in questo settore l'intelligenza artificiale sta rendendo le frodi più credibili. I criminali possono utilizzare sistemi automatici per raccogliere informazioni pubbliche sulle vittime, costruire profili dettagliati e persino imitare la voce di funzionari o rappresentanti di istituzioni. Il risultato è un'evoluzione delle vecchie truffe telefoniche verso scenari molto più personalizzati e difficili da riconoscere. La difesa, tuttavia, parte ancora da un gesto semplice: fermarsi. Una richiesta urgente di denaro, soprattutto quando arriva da un interlocutore inatteso, non deve mai essere assecondata senza una verifica indipendente.
Autore: Educazione Digitale 1 settembre 2026
Il mondo digitale non cambia soltanto strumenti e abitudini: modifica anche il modo in cui descriviamo ciò che accade online. La rapida diffusione dell’intelligenza artificiale, l’evoluzione delle piattaforme e il crescente peso economico e politico delle grandi aziende tecnologiche hanno favorito la nascita di un vocabolario sempre più specifico, spesso costruito attraverso parole nuove e combinazioni insolite. Tra i termini più significativi c’è “ghost launch”, espressione utilizzata per indicare il debutto quasi invisibile di un prodotto o di una startup. Invece di puntare su campagne pubblicitarie e grande attenzione mediatica, il servizio viene messo a disposizione del pubblico in modo discreto, così da raccogliere dati sull’utilizzo reale e verificare rapidamente eventuali problemi. Una strategia che può ridurre il timore del fallimento, ma che rischia anche di trasformare il lancio in un evento praticamente ignorato. Un altro termine è “broligarchy”, nato dalla fusione tra “bro” e “oligarchy”. Viene utilizzato per descrivere la crescente concentrazione di ricchezza e influenza nelle mani di alcuni uomini di spicco della tecnologia, capaci di trasformare il proprio peso economico in una presenza sempre più rilevante nella politica e nelle istituzioni. Con “AI-horning” si descrive invece la tendenza a inserire l’intelligenza artificiale praticamente ovunque, anche quando il suo impiego non appare realmente necessario. L’aggiunta di funzioni basate sull’IA può migliorare un servizio, ma in alcuni casi rischia di renderlo più complesso, costoso o meno efficace. Il termine “quit shaming” fotografa un’altra esperienza ormai comune: il tentativo delle piattaforme di scoraggiare la cancellazione di un abbonamento attraverso una successione di offerte, domande, sconti e proposte alternative. L’utente che vuole semplicemente andarsene viene così sottoposto a un percorso pensato per convincerlo a rimanere. Infine, “algospeak” indica l’utilizzo deliberato di parole alternative, grafie modificate, simboli o emoji per evitare che i sistemi automatici di moderazione riconoscano determinati contenuti. È una forma di adattamento degli utenti agli algoritmi, ma rappresenta anche un segnale delle tensioni tra libertà di espressione, moderazione automatizzata e regole delle piattaforme. Queste espressioni mostrano come il linguaggio tecnologico sia diventato uno specchio delle trasformazioni digitali. Dietro parole apparentemente curiose emergono infatti fenomeni molto concreti: nuove strategie di mercato, pervasività dell’intelligenza artificiale, concentrazione del potere, tecniche di fidelizzazione e crescente influenza degli algoritmi sulla comunicazione quotidiana. 
Autore: Educazione Digitale 31 agosto 2026
Quando si realizza una rete domestica o professionale, il cavo Ethernet viene spesso considerato un elemento secondario. In realtà, scegliere tra un modello piatto e uno tradizionale rotondo può influire sulla praticità dell'installazione e, in determinate condizioni, anche sull'affidabilità della trasmissione. A prima vista, la differenza è soprattutto estetica. Il cavo piatto ha un profilo molto sottile e può essere fatto passare facilmente sotto una porta, lungo un battiscopa o dietro un mobile. Il modello rotondo, invece, occupa più spazio ma generalmente offre una costruzione più robusta e una maggiore protezione meccanica. Il punto centrale, però, è la struttura interna. Un collegamento Ethernet utilizza otto conduttori di rame suddivisi in quattro coppie. I conduttori di ogni coppia sono intrecciati secondo precise geometrie, un accorgimento fondamentale per limitare le interferenze e la diafonia, cioè il disturbo provocato dal passaggio dei segnali tra coppie vicine. Nei cavi piatti questa progettazione può essere più complessa. Alcuni modelli adottano conduttori più sottili e una disposizione particolarmente compatta, caratteristiche che favoriscono flessibilità e riduzione dell'ingombro ma possono lasciare meno margine in presenza di lunghe tratte, interferenze elettromagnetiche o installazioni particolarmente esigenti. Non tutti i cavi flat, tuttavia, sono uguali: esistono prodotti progettati secondo standard elevati e capaci di garantire prestazioni molto vicine a quelle dei modelli rotondi. Anche la sezione dei conduttori ha la sua importanza. Un valore AWG più alto corrisponde generalmente a un conduttore più sottile e, a parità di condizioni, a una maggiore resistenza elettrica. Questo può diventare rilevante soprattutto aumentando la distanza del collegamento. La schermatura rappresenta un altro elemento da considerare. Un cavo rotondo può integrare più facilmente soluzioni di schermatura contro le interferenze elettromagnetiche, risultando particolarmente indicato vicino a cavi elettrici, alimentatori, ciabatte, motori o altre fonti di disturbo. I modelli flat non schermati sono invece più adatti ad ambienti domestici relativamente tranquilli e a collegamenti brevi. Sul piano della velocità, quindi, non è corretto affermare che un cavo piatto sia automaticamente più lento di uno rotondo. A determinare la capacità di raggiungere 1, 2,5, 10 Gbps o velocità superiori sono soprattutto categoria, qualità costruttiva, lunghezza e conformità agli standard. La forma diventa importante soprattutto quando le condizioni di utilizzo mettono alla prova l'integrità del segnale. Per una connessione breve tra router e computer, TV, console o altro dispositivo, un buon cavo piatto può quindi rappresentare una soluzione pratica ed esteticamente discreta. Per collegamenti più lunghi, ambienti soggetti a interferenze, installazioni permanenti o reti dove affidabilità e margine prestazionale sono prioritari, il cavo rotondo rimane generalmente la scelta più prudente. In definitiva, non è la forma a stabilire quale cavo sia migliore in assoluto. La scelta corretta nasce dal compromesso tra prestazioni richieste, distanza, ambiente di installazione, robustezza e necessità di ridurre l'ingombro. 
Autore: News 31 agosto 2026
La Commissione europea ha inserito ChatGPT, Reddit e Roblox tra i servizi digitali soggetti agli obblighi più stringenti previsti dal Digital Services Act (DSA). La decisione arriva dopo che le tre piattaforme hanno superato la soglia dei 45 milioni di utenti medi mensili nell’Unione europea. ChatGPT è stato classificato come Very Large Online Search Engine (VLOSE), una categoria riservata ai grandi motori di ricerca online. Bruxelles considera infatti il chatbot un servizio ibrido, capace non solo di dialogare con gli utenti, ma anche di effettuare ricerche sul Web e fornire risposte basate sulle informazioni reperite online. Reddit e Roblox sono invece stati designati come Very Large Online Platforms (VLOP), in quanto permettono agli utenti di pubblicare e condividere contenuti su larga scala. La nuova classificazione comporta maggiori responsabilità in materia di sicurezza, trasparenza e gestione dei rischi. Le piattaforme dovranno valutare e ridurre i possibili effetti negativi dei loro servizi, con particolare attenzione alla protezione dei minori, ai contenuti illegali, ai diritti fondamentali, alla sicurezza pubblica e ai rischi per i processi democratici. Le aziende avranno quattro mesi dalla notifica della decisione per adeguarsi ai nuovi obblighi, con scadenza prevista entro la fine di dicembre 2026. La Commissione europea potrà inoltre svolgere controlli e avviare indagini per verificare il rispetto delle disposizioni. La decisione rappresenta un ulteriore passo nella strategia europea di regolamentazione delle grandi piattaforme digitali: maggiore è la loro influenza sulla società, maggiori sono gli obblighi di trasparenza, sicurezza e responsabilità richiesti da Bruxelles. 
Autore: News 26 agosto 2026
Un nuovo sistema di intelligenza artificiale, chiamato Ox Alpha, sta attirando l’attenzione degli esperti per le sue prestazioni e, soprattutto, per il mistero che circonda la sua origine. Il modello è comparso il 20 agosto sulla piattaforma OpenRouter come sistema proprietario anonimo, senza indicazioni chiare sul suo sviluppatore.  Le sue capacità hanno rapidamente alimentato il dibattito sulla competizione globale nell’IA. I test disponibili, in particolare quelli dedicati alla programmazione, mostrerebbero prestazioni paragonabili o superiori a quelle di alcuni modelli di punta sviluppati da aziende occidentali come OpenAI e Anthropic. Ox Alpha dispone inoltre di una finestra di contesto superiore al milione di token e può gestire contenuti differenti, comprese immagini, testi e video. Particolarmente interessante è l'ipotesi, ancora non confermata, che dietro Ox Alpha possa esserci Zhipu AI, azienda cinese che potrebbe averlo sviluppato nell'ambito della futura famiglia GLM-5.x. Al momento, tuttavia, non esistono conferme ufficiali che colleghino il modello alla società. Il caso riporta così al centro una questione più ampia: quanto è realmente avanzata la Cina nella corsa all’intelligenza artificiale? Negli ultimi anni diverse aziende cinesi hanno presentato modelli molto competitivi, talvolta senza attribuirsene immediatamente la paternità. Una strategia che potrebbe consentire di sperimentare tecnologie avanzate con maggiore discrezione, anche in un contesto segnato dalle restrizioni internazionali sulle esportazioni di componenti e tecnologie. Ox Alpha rappresenta quindi non soltanto un nuovo modello di IA, ma anche un possibile segnale del rapido cambiamento degli equilibri tecnologici globali. Se la sua origine cinese venisse confermata, il caso rafforzerebbe l’idea che il divario con i principali sviluppatori occidentali possa essere molto più ridotto di quanto finora ipotizzato.
Autore: Focus 26 agosto 2026
Quando si racconta la storia dell’informatica, alcuni nomi emergono quasi naturalmente: Alan Turing, John von Neumann, Claude Shannon, Grace Hopper, Vannevar Bush. Ma tra coloro che hanno trasformato concretamente quelle idee in macchine utilizzabili su larga scala c’è un nome meno conosciuto al grande pubblico eppure fondamentale: Gordon Bell. Nato il 19 agosto 1934 a Kirksville, nel Missouri, Bell apparteneva a quella generazione di ingegneri che assistette alla trasformazione del computer da enorme macchina sperimentale, costosa e difficile da utilizzare, a strumento sempre più compatto, accessibile e interattivo. Conseguì il bachelor nel 1956 e il master nel 1957 in ingegneria elettrica al Massachusetts Institute of Technology, entrando in contatto con l'ambiente che in quegli anni rappresentava uno dei centri più avanzati della ricerca informatica. Il suo nome è soprattutto legato alla Digital Equipment Corporation, la DEC, azienda che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella nascita dell'era dei minicomputer. Bell entrò in DEC nel 1960, quando l'azienda era ancora giovane e molto diversa dai grandi colossi dell'informatica dell'epoca. La sua attrattiva era proprio quella di poter lavorare direttamente alla progettazione delle macchine. Bell ricordò in seguito un ambiente nel quale anche uno o due ingegneri potevano progettare un intero computer: una condizione che gli permetteva di intervenire direttamente sull'architettura dei sistemi. Il PDP-1 e l'idea di un computer diverso Il primo incarico di Bell alla DEC riguardò il PDP-1, il computer che aveva inaugurato la produzione della società. Bell lavorò al progetto dell'unità moltiplicatrice/divisore e del sistema di interrupt. Il PDP-1 rappresentava una rottura importante rispetto alla concezione dominante del computer. Presentato nel 1959, fu il primo computer commerciale della DEC e uno dei primi sistemi progettati mettendo al centro l'interazione con l'utente, piuttosto che il semplice sfruttamento efficiente del tempo di calcolo. Ne furono prodotti soltanto circa cinquanta esemplari, ma la sua influenza fu enorme. Bell vedeva nella filosofia del PDP-1 qualcosa di molto più importante di una semplice macchina da laboratorio. La considerava una sorta di "Volkswagen Beetle" dell'informatica: un computer relativamente economico, abbastanza potente e potenzialmente destinato a un mercato molto più ampio rispetto ai giganteschi mainframe. Era un'intuizione destinata a diventare una delle grandi trasformazioni dell'informatica. La nascita dell'era dei minicomputer Negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, possedere un computer era una possibilità riservata principalmente a grandi aziende, università, istituzioni scientifiche e governi. Le macchine erano enormi, costose e spesso richiedevano ambienti dedicati. La DEC contribuì a cambiare radicalmente questo modello. Il termine "minicomputer" indicava una nuova generazione di sistemi più piccoli, meno costosi e progettati per essere utilizzati direttamente da laboratori, aziende, università e impianti industriali. Il Computer History Museum identifica il PDP-8 del 1964 come il minicomputer per eccellenza e generalmente come il primo vero esponente di questa categoria. Il suo prezzo di partenza era di circa 16.000 dollari, una cifra molto inferiore rispetto ai 100.000-1.000.000 di dollari tipici di molti computer dell'epoca. Bell contribuì in maniera decisiva a questa trasformazione. Nel corso della sua esperienza alla DEC partecipò alla progettazione e all'architettura di numerosi sistemi della famiglia PDP. Tra questi figurano PDP-4, PDP-5, PDP-6 e PDP-11, oltre ad altri progetti che avrebbero avuto un ruolo significativo nell'evoluzione dei sistemi interattivi e del time-sharing. Il PDP-5, in particolare, rappresentò un passaggio importante verso il PDP-8. Bell lavorò con Edson de Castro al progetto e il successivo PDP-8 sarebbe diventato uno dei computer più influenti della prima era dei minicomputer. Un computer in ogni laboratorio La rivoluzione dei minicomputer non consisteva semplicemente nel ridurre le dimensioni fisiche delle macchine. Il cambiamento più importante era culturale. Il computer cominciava a uscire dai centri di calcolo centralizzati e ad avvicinarsi agli utenti. Poteva essere utilizzato per controllare macchinari, analizzare segnali, gestire processi industriali, effettuare ricerche scientifiche e sperimentare nuove forme di interazione uomo-macchina. Il PDP-8, per esempio, venne impiegato in una grande varietà di applicazioni: dal controllo di sistemi alla ricerca nei laboratori di fisica, fino a sistemi di time-sharing e applicazioni apparentemente lontane dal tradizionale mondo dei computer. È proprio qui che si comprende l'importanza storica di Gordon Bell. Il suo contributo non fu soltanto quello di progettare circuiti o architetture. Bell contribuì a costruire una diversa idea di cosa potesse essere un computer: non necessariamente una gigantesca macchina centrale, ma un sistema relativamente piccolo, accessibile e destinato a entrare in luoghi e attività sempre più numerosi. In questo senso, il minicomputer fu uno degli antenati diretti della successiva rivoluzione dei personal computer. Il time-sharing: condividere la potenza di calcolo Un altro settore nel quale Bell ebbe un ruolo importante fu quello dei sistemi time-sharing. La logica era rivoluzionaria: invece di avere un singolo utente che occupava la macchina, il sistema poteva distribuire le risorse di elaborazione tra più persone, dando a ciascuna l'impressione di avere a disposizione il computer in modo quasi esclusivo. Il PDP-6, progettato nell'ambito della ricerca di Bell alla DEC, fu uno dei sistemi che contribuirono allo sviluppo di questa filosofia. La documentazione del Computer History Museum ricorda infatti il suo ruolo nell'architettura dei computer mini e time-sharing. Il concetto avrebbe avuto conseguenze enormi. L'idea di una macchina capace di servire contemporaneamente più utenti anticipava molti principi che oggi consideriamo normali: sistemi multiutente, condivisione delle risorse, elaborazione distribuita e, molto più avanti, servizi cloud. Carnegie Mellon e il ritorno alla DEC Nel 1966 Bell lasciò temporaneamente la DEC per entrare nel mondo accademico. Divenne professore di computer science ed electrical engineering alla Carnegie Mellon University, allora Carnegie Institute of Technology, dove rimase fino al 1972. L'esperienza universitaria ebbe un'importanza particolare anche dal punto di vista teorico. Nel 1971 Bell e Allen Newell pubblicarono "Computer Structures: Readings and Examples", un'opera dedicata alle architetture dei computer e alla classificazione dei sistemi. Il lavoro rifletteva una caratteristica fondamentale del suo approccio: Bell non si limitava a progettare macchine, ma cercava di comprendere le regole secondo le quali le diverse generazioni di computer emergevano e si evolvevano. Nel 1972 tornò alla DEC, dove avrebbe assunto responsabilità sempre maggiori fino a diventare vicepresidente della ricerca e sviluppo. Fu in questa seconda fase che arrivò uno dei suoi contributi più importanti. La VAX: un'architettura destinata a segnare un'epoca Negli anni Settanta il mondo dei computer stava diventando sempre più complesso. La DEC aveva costruito il proprio successo intorno alla famiglia PDP, ma era necessario progettare una nuova generazione di sistemi capace di affrontare una crescita delle prestazioni e delle esigenze applicative. Nacque così la VAX. Bell guidò lo sviluppo dell'architettura VAX, una famiglia di computer che sarebbe diventata uno dei più grandi successi nella storia della DEC. Il progetto introdusse una nuova architettura a 32 bit e diede vita a un ecosistema hardware e software estremamente importante nella storia dell'informatica. La VAX non fu semplicemente un nuovo computer. Fu una piattaforma. La sua longevità, la diffusione nelle università, nei centri di ricerca e nelle aziende e la disponibilità di strumenti software evoluti contribuirono a rendere la famiglia VAX uno dei sistemi simbolo dell'informatica degli anni Settanta e Ottanta. Il lavoro di Bell alla VAX rappresenta probabilmente il punto più alto della sua carriera come architetto di computer. La Legge di Bell Ma Gordon Bell non fu soltanto un progettista. Fu anche un osservatore particolarmente acuto dell'evoluzione tecnologica. Tra le sue idee più note c'è quella conosciuta come "Bell's Law of Computer Classes", la Legge delle classi di computer. La sua intuizione era che, con il progredire della tecnologia, emergessero periodicamente nuove categorie di computer caratterizzate da differenti livelli di prestazioni, dimensioni, costi e applicazioni. La storia sembrava confermarlo: dai mainframe ai minicomputer, dai personal computer alle workstation, fino ai dispositivi mobili e ai sistemi distribuiti. Bell osservò che nuove classi di macchine tendevano a comparire con una certa periodicità, spesso in coincidenza con nuove possibilità rese disponibili dalla tecnologia. Il Computer History Museum considera questa legge uno dei suoi contributi concettuali più importanti. Vista dalla prospettiva odierna, l'idea assume un significato ancora più interessante. Lo smartphone, il tablet, il cloud computing, i dispositivi indossabili e persino alcune forme contemporanee di intelligenza artificiale possono essere interpretati come parte di quella continua proliferazione di nuove classi di sistemi informatici. Dall'hardware alla ricerca sul futuro Nel 1983 Bell lasciò la DEC. Ma non abbandonò l'informatica. Negli anni Ottanta partecipò alla costruzione della politica tecnologica statunitense nel settore del supercomputing. Entrò nella National Science Foundation e contribuì alla nascita della direzione dedicata alle Computing and Information Sciences and Engineering. Fu inoltre coinvolto nei lavori sulla National Research and Education Network, una delle iniziative che avrebbero contribuito allo sviluppo dell'infrastruttura di rete accademica statunitense. Era un'altra trasformazione epocale. Dopo aver contribuito a rendere il computer più piccolo e accessibile, Bell iniziava a occuparsi di sistemi sempre più potenti e soprattutto della loro connessione attraverso le reti. Nel 1988 fu istituito il Gordon Bell Prize, in collaborazione con l'Association for Computing Machinery, per premiare risultati di eccellenza nel calcolo parallelo. Il premio sarebbe diventato uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel campo dell'High Performance Computing. È un passaggio significativo: l'uomo che aveva contribuito a rendere il computer più piccolo diventava anche una figura centrale nella ricerca dedicata a renderlo enormemente più potente. Preservare la memoria dell'informatica C'è però un altro aspetto della sua attività che racconta molto della sua personalità. Bell si rese conto che la tecnologia informatica stava cambiando così velocemente da rischiare di cancellare la propria stessa storia. Negli anni Settanta, insieme alla moglie Gwen Bell e con il sostegno di Ken Olsen, contribuì alla nascita del Digital Computer Museum, inaugurato nel 1979. L'obiettivo era conservare macchine, componenti, documenti e testimonianze che altrimenti sarebbero potuti andare perduti. Quella iniziativa sarebbe diventata, attraverso successive trasformazioni, il Computer History Museum. È una delle eredità meno conosciute ma più importanti di Bell. Mentre molti protagonisti dell'industria informatica guardavano esclusivamente al futuro, lui comprese che anche il passato doveva essere preservato. I computer che stavano diventando rapidamente obsoleti erano, in realtà, reperti fondamentali per comprendere l'evoluzione della tecnologia. Microsoft e una nuova frontiera: digitalizzare la vita Nel 1995 Bell entrò in Microsoft Research. A quel punto avrebbe potuto considerare conclusa una carriera già straordinaria. Aveva progettato minicomputer, guidato lo sviluppo della VAX, lavorato nella ricerca accademica e contribuito alle politiche nazionali per il supercomputing e le reti. Invece iniziò un'altra avventura. Questa volta il problema non era più progettare un computer. Era capire cosa sarebbe successo quando la capacità di archiviazione fosse diventata così grande da permetterci di conservare digitalmente una parte enorme della nostra vita. Nel 1999 Bell avviò il progetto MyLifeBits insieme ai colleghi di Microsoft Research, in particolare Jim Gemmell. L'idea era radicale: trasformare la vita digitale di una persona in un archivio consultabile. Bell iniziò a raccogliere articoli, libri, fotografie, lettere, documenti, musica, filmati, presentazioni, e-mail, registrazioni telefoniche, cronologia della navigazione e altre informazioni relative alla propria vita. Il progetto utilizzava anche dispositivi come SenseCam per registrare automaticamente momenti della quotidianità. Il concetto venne definito lifelogging. MyLifeBits e l'idea della memoria totale MyLifeBits anticipava una domanda che oggi è diventata straordinariamente attuale: cosa accadrebbe se potessimo ricordare digitalmente tutto? Nel 2009 Bell e Gemmell pubblicarono "Total Recall", nel quale raccontarono le loro esperienze e le possibili conseguenze di una memoria digitale permanente. L'idea oggi appare meno fantascientifica di quanto sembrasse allora. Smartphone, cloud, fotografie automatiche, videocamere, smartwatch, assistenti vocali, sistemi di ricerca basati sull'intelligenza artificiale e archivi digitali personali stanno progressivamente trasformando la nostra relazione con la memoria. Bell aveva intuito molto presto che il problema non sarebbe più stato soltanto "come conservare" le informazioni, ma "come ritrovarle". Una quantità enorme di dati è utile soltanto se può essere organizzata, indicizzata e interrogata. In questo senso, MyLifeBits può essere visto come un precursore di una parte dell'attuale ecosistema digitale: la vita trasformata in dati e i dati trasformati in una memoria consultabile. Un visionario con una domanda inquietante La visione di Bell non era però priva di interrogativi. Conservare tutto significa anche affrontare problemi di privacy, sicurezza, proprietà dei dati e controllo delle informazioni personali. Una memoria digitale permanente può essere straordinariamente utile, ma può diventare anche una forma di sorveglianza se le informazioni finiscono nelle mani sbagliate. Lo stesso Bell aveva individuato nella sicurezza uno dei grandi problemi del futuro digitale. In una riflessione del 2002 osservava come l'autenticazione, il riconoscimento delle persone e la possibilità di tracciarne le attività sarebbero diventati questioni centrali. Ancora una volta, la sua capacità di guardare avanti appare sorprendente. Il riconoscimento internazionale Per i suoi contributi all'informatica Bell ricevette numerosi riconoscimenti. Nel 1991 gli fu assegnata la National Medal of Technology, una delle più alte onorificenze tecnologiche degli Stati Uniti, per i suoi risultati nella progettazione dei computer e per il ruolo avuto nella diffusione di sistemi potenti e accessibili all'ingegneria, alla scienza e all'industria. Nel 2003 il Computer History Museum lo nominò Fellow per il suo ruolo nella rivoluzione dei minicomputer e per i suoi contributi come architetto di computer e imprenditore. La sua influenza si estese inoltre a numerose aziende tecnologiche: Bell fu consulente, investitore e advisor per oltre cento startup nel settore high-tech. Gordon Bell e l'informatica che conosciamo oggi Per comprendere veramente l'eredità di Gordon Bell bisogna mettere insieme tutti i pezzi della sua carriera. Il giovane ingegnere che progettava circuiti per il PDP-1 contribuì alla nascita di una nuova generazione di computer. Il progettista dei PDP lavorò alla diffusione dei minicomputer. L'architetto della VAX contribuì a creare una delle piattaforme più importanti dell'informatica aziendale e scientifica. Lo studioso della tecnologia formulò una teoria sull'evoluzione delle classi di computer. Il dirigente e ricercatore partecipò allo sviluppo delle infrastrutture americane per il supercomputing e le reti. Il pioniere del lifelogging immaginò una memoria digitale capace di conservare una vita intera. E il fondatore di un museo comprese che la storia dell'informatica meritava di essere preservata prima che le sue macchine diventassero semplicemente rottami elettronici. Sono tutte manifestazioni della stessa idea: il computer non è soltanto una macchina. È una tecnologia capace di cambiare il modo in cui produciamo, lavoriamo, comunichiamo, ricordiamo e organizziamo la conoscenza. L'eredità di un pioniere Gordon Bell è morto il 17 maggio 2024, all'età di 89 anni. La sua scomparsa ha chiuso la vita di uno dei grandi protagonisti della prima rivoluzione informatica, ma le idee alle quali lavorò continuano a essere presenti. Ogni volta che utilizziamo un computer relativamente piccolo ma potentissimo, c'è qualcosa dell'intuizione che animava la rivoluzione dei minicomputer. Ogni volta che più utenti condividono risorse attraverso una rete, ritroviamo una parte dell'eredità dei sistemi time-sharing. Ogni volta che un'infrastruttura di calcolo distribuisce enormi quantità di potenza tra migliaia di processori, riaffiora la sua attenzione per il parallel computing. E ogni volta che cerchiamo una vecchia fotografia, un messaggio, un documento o un ricordo attraverso un archivio digitale, ci avviciniamo alla visione di MyLifeBits. Gordon Bell apparteneva alla generazione che ha costruito il computer moderno quando ancora non era affatto evidente quale forma avrebbe assunto. Il suo talento consisteva nel progettare macchine, ma anche nel riconoscere le direzioni verso cui la tecnologia stava andando. Forse è proprio questa la sua eredità più importante. Bell non si limitò a costruire i computer del suo tempo. Cercò continuamente di immaginare quali computer sarebbero arrivati dopo, quale posto avrebbero occupato nella società e, soprattutto, come avrebbero modificato il rapporto tra gli esseri umani e l'informazione. Dai primi minicomputer alla memoria digitale di una vita, il percorso di Gordon Bell attraversa quasi tutta la storia dell'informatica moderna. E racconta una trasformazione straordinaria: quella di una tecnologia che, in pochi decenni, è passata dall'essere una macchina gigantesca custodita nei laboratori a diventare una presenza invisibile e permanente nella vita quotidiana. 
Autore: News 26 agosto 2026
Una nuova campagna di phishing sfrutta il nome e l’identità visiva dell’INPS per ingannare gli utenti. A segnalarla sono gli esperti del CERT-AgID, che hanno individuato messaggi nei quali le vittime vengono informate di un presunto rimborso di 730 euro legato ai contributi e al periodo fiscale 2025. Il messaggio invita a rispettare una presunta scadenza e a cliccare su un collegamento per accedere all’area riservata. Il link, però, conduce a un sito fraudolento che imita quello dell’INPS. Qui vengono richiesti numerosi dati personali, tra cui codice fiscale, indirizzo, data di nascita, email e numero di telefono, oltre alle informazioni della carta di pagamento. La truffa diventa ancora più pericolosa nella fase finale. Alla vittima viene chiesto di aprire l’app della propria banca e autorizzare una notifica push entro pochi secondi. Non si tratta dell’accredito del rimborso promesso, ma dell’approvazione di una transazione fraudolenta che può comportare la sottrazione del denaro. Alcuni dettagli possono aiutare a riconoscere immediatamente il raggiro: il mittente non appartiene realmente all’INPS, il messaggio utilizza un generico “Ciao cliente” e il sito non propone i consueti sistemi di autenticazione dell’istituto, come SPID, CIE o CNS. Il CERT-AgID ha segnalato la campagna all’INPS e richiesto la chiusura del dominio utilizzato dai truffatori. La regola fondamentale è semplice: nessun rimborso inatteso dovrebbe spingere a fornire dati della carta o ad autorizzare operazioni bancarie tramite un link ricevuto via email. In caso di dubbio, è sempre preferibile accedere direttamente al sito ufficiale dell’INPS digitandone l’indirizzo nel browser. 
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